sabato 21 maggio 2011

MA “CARA” CHIESA QUANTO CI COSTI?

di Silvio Manzati
(conferenza tenuta a Venezia il 28 aprile 2011 durante la settimana S.O.S. Laicità, organizzata dal circolo UAAR di Venezia prima della visita di papa Ratzinger)

Quanto ci costa la chiesa cattolica, qui, in Italia. Non quanto costa ai cattolici, ma quanto ci costa, anche a noi che cattolici non siamo. E' un argomento del quale non si parla molto.

Quanto ci costa la chiesa cattolica non è sicuramente un tema politico. E' un tema che neppure sfiora i partiti politici. In questi anni di crisi economica, stato regioni, province e comuni hanno apportato tagli nelle spese dei servizi pubblici, ma di tagli alle spese per la chiesa cattolica neppure l'ombra.

E' significativo quello che è avvenuto in fase di finanziaria 2009, ove in un primo tempo erano previsti da Tremonti tagli anche per le scuole paritarie. Tagli immediatamente ritirati al primo stormir di fronde, dopo le proteste e le minacce di mobilitazione da parte dei vescovi.

L'anno scorso il governo aveva tentato, accanto ai tagli alla scuola pubblica, di ridurre i finanziamenti alla scuola cattolica. Anche allora insurrezione dei vescovi. Com'è andata a finire? Ve lo dico con quanto scriveva Repubblica il 12/11/2010: “Il maxiemendamento alla legge di stabilità per il 2011 (ex legge finanziaria) restituisce agli istituti paritari i 245 milioni tagliati con la prima versione del provvedimento. Il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, mette così a tacere la polemica derivata dal taglio del 47 per cento (253 milioni) operato alle paritarie qualche settimana fa, che aveva creato più di qualche malumore, soprattutto negli ambienti cattolici”.

Alle volte ci sono annunci che non hanno seguito.

Forse, ricorderete che il 5 febbraio di quest'anno apparve sul Corriere del Veneto un articolo nel quale si diceva che due sarti trevisani, Stefano Zanella e Gianluca Scattolin, titolari della sartoria X Regio, avevano inviato una lettera a Luca Zaia, presidente del Veneto, ed a Leonardo Muraro, presidente dell’Unione delle Province Venete. Nella lettera c'era la richiesta di “un segno tangibile di vicinanza al Santo Padre” in vista della sua visita pastorale a Venezia. Il segno tangibile sarebbe stato il pagamento di 290.000 euro per casule, mitre, dalmatiche e stole varie che avrebbe indossato Ratzinger, gli 80 vescovi, i mille preti, i 200 diaconi ed i 500 chierichetti durante la messa al parco San Giuliano di Mestre.

Una nota diffusa immediatamente dalla Conferenza episcopale del Triveneto precisava che “La richiesta di fondi citata è un’iniziativa personale di due sarti, non promossa né autorizzata dal Comitato organizzatore ufficiale della visita” e che “ogni iniziativa che si riferisca in qualche modo a questo evento e che non porti la firma del responsabile del Comitato organizzatore, è priva di autorizzazione, fuorviante e non va presa in considerazione”.

Interveniva anche il patriarca Angelo Scola, informando che «in questo momento di crisi i costi vanno contenuti. Ho chiesto che il preventivo per il palco della messa al parco di San Giuliano, a Mestre, sia dimezzato rispetto all'ipotesi iniziale di 800 mila euro. Inoltre non acquisteremo paramenti e mitre nuove, ma recupereremo quelli già in uso dai vescovi e metteremo a disposizione quelli del tesoro di San Marco». «Non chiederemo alcun contributo alle istituzioni pubbliche - ha spiegato Scola - Ci affidiamo alla generosità dei fedeli e all'eventuale sostegno che arriverà dagli sponsor privati». La colletta del patriarcato di Venezia ha prodotto 80.000 euro. Le altre diocesi non hanno fornito dati.

Agli enti pubblici i vescovi chiedono gli interventi che ci sono in occasione di eventi sportivi o culturali. C'è una differenza, però. Quando ci sono eventi sportivi o culturali o di altra natura, come il raduno degli alpini, a decidere i provvedimenti di viabilità o di ordine pubblico sono gli enti pubblici in base alle proprie valutazioni di opportunità. Quando si muove il Papa c'è una commissione episcopale che va a contrattare o, meglio, ad imporre gli interventi: le strade da riasfaltare, i chilometri di transenne da predisporre, il numero di gabinetti chimici da installare, ecc. Lo abbiamo visto quando Ratzinger è venuto a Verona o a Lorenzago. In Regione si ricorda ancora lo stanziamento di 345 mila euro per rimettere a nuovo Lorenzago in vista delle tradizionali vacanze estive del Pontefice quattro anni fa. Notizie di stampa hanno rivelato che la visita di Ratzinger costerà al comune di Venezia 380.000 euro.

GRANDI EVENTI

Ad Ancona si terrà il prossimo Congresso Eucaristico Nazionale dal 4 all’11 settembre 2011. Su sollecitazione dell’arcivescovo è stata avviata un’azione di lobbying nei confronti del governo. Così, parlamentari, sindaci della provincia di Ancona, presidente della provincia e della regione hanno chiesto al presidente del Consiglio di voler rendere disponibile con la massima possibile sollecitudine una somma almeno analoga a quella stanziata per la precedente edizione di Bari che potrebbe essere assegnata alla Regione Marche che provvederebbe poi a gestirla in forma condivisa. La somma per il congresso eucaristico di Bari era stata di 3.651.315,21 euro.

Quando uno sente parlare di protezione civile, pensa a terremoti, alluvioni ed altre catastrofi. Invece la protezione civile è intervenuta più volte, anche con grosse somme, in occasione di spettacoli religiosi cattolici, quasi si trattasse di eventi emergenziali.

Per la cerimonia di canonizzazione del Beato Padre Pio da Pietrelcina, avvenuta a Roma il 15 giugno 2002, la protezione civile spese 3.231.544,06 euro. Avete capito bene: virgola zero sei.

Il 19 ottobre sempre del 2002 per la cerimonia di canonizzazione del Beato Josemaria Escrivà, fondatore dell'Opus Dei, la protezione civile spese 962.800,88 euro.

Un anno dopo, il 19 ottobre 2003, ci fu la cerimonia di beatificazione di Madre Teresa di Calcutta e la Protezione civile spese 500.184,92 euro.

Le tre canonizzazioni appena dette avvennero a Roma, nel territorio dello stato Città del Vaticano. Nel territorio italiano si trova, invece, Loreto dove, dall'1 al 5 settembre 2004, fu organizzato un incontro nazionale dell'Azione Cattolica Italiana, che costò alla protezione civile 3.257.574,16 euro.

La botta più grossa furono le esequie di Papa Giovanni Paolo II e intronizzazione di Benedetto XVI, ancora in territorio vaticano, nell'aprile del 2005. Per questi due eventi la protezione civile spese 22.369.219,06 euro.

Per il XXIV Congresso Eucaristico Nazionale che si svolse a Bari il 21-29 maggio 2005, la protezione civile denuncia d'aver speso 3.651.315,21 euro, come ho prima detto

La protezione civile è riuscita a spendere soldi anche per un evento svoltosi in Germania: 16.800,00 euro per la XX Giornata Mondiale della Gioventù avvenuta a Colonia nell'agosto 2005.

Per l'incontro tra Ratzinger e gli aderenti ai movimenti ed alle comunità ecclesiali avvenuto a Roma 3 giugno 2006, la protezione civile denuncia d'aver speso 500.000,00 euro.

Soltanto, si fa per dire, 50.000 euro per la visita di Ratzinger ad Assisi il 17 giugno 2007.

Le spese della protezione civile risalgono a 2.460.344,55 per l'Agorà dei giovani italiani a Loreto, dove c'è la casa che vola, l'1 e 2 settembre 2007.

Le spese sopportate dalla protezione civile per la visita di Ratzinger a Genova e a Savona il 17-16 maggio 2008 furono 250.000 euro. Per la tappa di Savona ci fu un costo ulteriore di circa un milione di euro: 400 mila a carico del comune, altri 170 mila a carico della provincia, la diocesi ebbe alcune centinaia di migliaia di euro di contributi da parte di Autorità portuale, Unione industriali, Fondazione Carisa e istituti di credito vari che operano sul territorio cittadino. Altri 800 mila euro costò la tappa di Genova.

Ancora 250.000 euro stanziati dalla protezione civile per la visita del Pontefice a Brindisi e S.M. Di Leuca il 15 giugno 2008. Con una legge regionale votata all'unanimità il 26 febbraio 2008 la Regione Puglia stanziava un milione di euro per la visita di Ratzinger. Una settimana prima della visita (il 7 giugno) a Leuca c'è stata una seduta straordinaria del consiglio provinciale “per discutere dell’importante significato della visita di Papa Ratzinger per la nostra terra”.

Agli oneri per la visita pastorale di Papa Benedetto XVI a Cagliari il 7 settembre 2008 a chiusura dei festeggiamenti per il centenario della proclamazione della Madonna di Bonaria a Patrona Massima della Sardegna si è provveduto con stanziamento di 100.000 euro a carico del fondo della Protezione civile. Inoltre la giunta regionale ha stanziato un milione di euro “per consentire l’organizzazione di manifestazioni ed eventi che garantiscano la migliore accoglienza al Pontefice”. La somma è stata affidata alla Curia Arcivescovile della Diocesi di Cagliari. L’arcivescovo di Cagliari ha tuttavia segnalato alla giunta “la necessità di un ulteriore sostegno finanziario a favore della Diocesi di Cagliari” per la “realizzazione delle strutture dei palchi che ospiteranno le celebrazioni e la dotazione di strutture e attrezzature atte a garantire una idonea sistemazione logistica dei fedeli dei quali si prevede un’affluenza molto numerosa”. La giunta regionale, condividendo quanto rappresentato e proposto dall'allora presidente Renato Soru, ha deliberato di affidare al Comitato “Il Papa in Sardegna” la somma di ulteriori 400.000 euro.

Per la visita di Ratzinger a Palermo del 3 ottobre scorso non ci risultano spese della protezione civile, però il costo di circa due milioni e mezzo di euro è stato in gran parte a carico della Regione e, a seguire, della Provincia e del Comune.

Per il Congresso Eucaristico Nazionale di Ancona-Osimo del prossimo settembre la protezione civile ha stanziato finora 200.000 euro.

Sul sito della protezione civile non risulta nessuna somma per la prossima visita ad Aquileia e Venezia.

Complessivamente, le spese sostenute dalla protezione civile per tutti gli spettacoli religiosi che vi ho elencato sono state 37.799.782,84 euro.

38 milioni di euro non sono pochi. La Fenice di Venezia o l'Arena di Verona con qualche milione in più tirerebbero un sospiro di sollievo, garantendo lo spettacolo non per un solo giorno ma per tutto l'anno.

Finora ho parlato di soldi che non vanno direttamente alla chiesa cattolica, anche se sono spese sostenute per eventi della chiesa cattolica.

8 PER MILLE

Ciò che va direttamente dallo stato alla chiesa cattolica è l'8 per mille.

L'8 per mille è stato introdotto a seguito del concordato del 1984, con la legge 222/1985, che dà esecuzione allo stesso, peggiorando gli obblighi finanziari dello Stato e migliorando i vantaggi economici della chiesa cattolica rispetto al precedente concordato e frutta alla chiesa cattolica circa un miliardo di euro all'anno.

Prima di questa legge lo Stato pagava lo stipendio al clero diocesano cattolico, qualora non avesse avuto un reddito adeguato. Se avesse continuato così, diminuendo il clero (come sta di anno in anno diminuendo) sarebbe diminuito anche il peso economico per lo Stato. Con il Concordato del 1984 si è passati dal pagamento dello stipendio ai singoli preti al finanziamento della chiesa cattolica italiana in quanto tale. Per stare nel concreto, della somma che la Cei riceve con l'8 per mille neppure il 40% va per il sostentamento del clero. Le scelte degli ultimi anni della Cei nell'uso dei soldi dell'8 per cento sono queste: oltre il 40% delle risorse viene speso per il culto e la pastorale, oltre il 30% per il sostentamento del clero e poco più del 20% per la carità.

L’unico scopo dell’OPM è quello di garantire il finanziamento statale alla Chiesa cattolica come tale. A tanto non si era spinto il Concordato del 1929 che, pur riconoscendo a questa numerosissimi privilegî non la finanziava direttamente, ma si limitava a pagare lo stipendio (congrua) ai preti titolari di una parrocchia.

Quando uno firma sul CUD, sul 730 o sul modello Unico la destinazione dell'8 per mille, non decide di dare l'8 per mille di quanto paga di imposta allo stato o alla chiesa cattolica o ai valdesi, ecc. ma partecipa ad una specie di referendum su come deve essere suddivisa una torta pari all'8 per mille dell'Irpef. Chi partecipa a questo referendum decide anche per chi non partecipa. Al referendum partecipa circa il 40 per cento dei contribuenti. Più precisamente nelle dichiarazioni dei redditi 2007 relative ai redditi del 2006 a fare la scelta dell'8 per mille è stato il 43,5% dei contribuenti. Ed è in calo la percentuale di chi sceglie la chiesa cattolica come pure calano le offerte volontarie per il sostentamento del clero. I vescovi sono preoccupati. L’Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana di fine maggio 2010 ha dovuto constatare che la Chiesa cattolica ha perso 95mila firme, passando dall’86,05% all’85,01% ( nelle dichiarazioni dei redditi 2007 relative ai redditi del 2006). E nel 2009 c'era stata una diminuzione del 4% rispetto all'anno precedente. Alcuni attribuiscono il calo allo scandalo dei preti pedofili. La percentuale “vera” per la chiesa cattolica nel 2007 si aggira quindi intorno al 37% dei contribuenti, mentre incassa l'85% della torta.

A causa della crescita generale del gettito fiscale: la Chiesa nel 2010 (dichiarazioni 2007) ha incassato 1.067 milioni di euro, contro i 967 milioni del 2009. Nel 2009 alla chiesa cattolica è stato destinato l’86% dei fondi totali (913.216.482 euro), mentre allo Stato e andato l’11,8% (130.594.137 euro). La differenza tra quanto incassato dalla chiesa cattolica in un dato anno e quanto le spetterebbe è dovuto al fatto che solo la chiesa cattolica riceve annualmente anche un anticipo pari all’introito determinato dalle firme espresse tre anni prima.

Tre anni prima, nelle dichiarazioni dei redditi del 2004 (per i redditi del 2003) la scelta dell'8 per mille alla chiesa cattolica era stato dell'89,81% e per lo stato del 7,74%. In quell'anno su oltre trenta milioni di contribuenti solamente il 39,52% aveva espresso un’opzione: solo il 35,24% della popolazione aveva espresso una scelta a favore della Chiesa cattolica, che però aveva avuto l'89,81 della torta.

I vescovi hanno messo in atto una serie di contromisure con nessun risultato. In queste ultime settimane i vescovi hanno avuto un'altra idea. I pensionati senza altri redditi, si tratta di una buona fetta dei pensionati italiani, non sono tenuti a presentare la dichiarazione dei redditi e di conseguenza non fanno alcuna scelta sulla destinazione dell'8 per mille. Ogni pensionato al minimo, con 500 euro al mese, vale quasi 50 euro all'anno di 8 per mille. Moltiplicando la cifra per un milione di anziani, fanno 50 milioni all'anno. Così i vescovi hanno inventato una gara tra i giovani delle parrocchie, organizzati in squadre. Andranno a caccia di pensionati, li convinceranno a compilare il Cud per dare l'8 per mille alla chiesa cattolica. Poi consegneranno il Cud al più vicino Caf-Acli. La squadra che vincerà avrà gratis il viaggio alla prossima giornata mondiale della gioventù di Madrid. Hanno istituito un apposito sito internet: ifeelCUD.it

Gli spot della chiesa cattolica sono per la maggioranza degli italiani l'unica fonte d'informazione sull' otto per mille. Consegue una serie di pregiudizi assai diffusi. Credenti e non credenti sono convinti che la chiesa cattolica usi i fondi dell' otto per mille soprattutto per la carità in Italia e nel terzo mondo. Le due voci occupano la totalità dei messaggi, ma costituiscono nella realtà il 20 per cento della spesa reale. L' 80 per cento del miliardo di euro rimane alla chiesa cattolica.

La Conferenza episcopale italiana nel 2008 ha speso oltre venti milioni di euro per le campagne pubblicitarie sui vari mezzi di comunicazione – Tv, giornali, radio, web, ecc. – per convincere i contribuenti a destinare l’8 per mille alla chiesa cattolica oppure a fare un’ offerta per il sostentamento del clero. Ha speso, cioè, cioè circa il 2% di quanto incassato con l'8 per mille.

8 PER MILLE DELLO STATO


Lo stato italiano non fa nessuna pubblicità perché gli sia dato l'8 per mille.

Nel 2009 l'UAAR fece la proposta che lo stato destinasse il suo otto per mille a favore dei terremotati in Abruzzo. In data 11 marzo 2010 il segretario dell'UAAR Raffaele Carcano scrisse al ministro dell'economia Giulio Tremonti chiedendo “Una vera e propria discontinuità con il passato: che cioè lo Stato, per la prima volta dall’esistenza del meccanismo dell’Otto per Mille, chieda ai cittadini di sceglierlo, lanciando una vera e propria campagna pubblicitaria a proprio favore. Il governo potrebbe infatti informare i cittadini della sua intenzione di destinare la propria quota di Otto per Mille all’Abruzzo. Sapendo di contribuire alla ricostruzione di una regione martoriata dal terremoto, molti contribuenti sceglieranno di firmare per lo Stato”.

Tremonti non ha risposto ed i giornali non hanno dato nessuna notizia della nostra proposta.

Del resto, ancora nel 1996 una cattolica, la diessina Livia Turco, allora ministro per la Solidarietà, propose di destinare la quota statale dell'otto per mille a progetti per l' infanzia povera. Il "cassiere" pontificio, monsignor Attilio Nicora, rispose che "lo Stato non doveva fare concorrenza scorretta alla Chiesa".

Per un lungo periodo di tempo abbiamo avuto una diminuzione della quota dell'otto per mille andata allo stato. La percentuale delle scelte a favore dello italiano era crollata verticalmente dal 23 per cento del 1990 all'8,3 del 2006. Ed è comprensibile questa poca fiducia nello stato. Lo Stato ha fatto di tutto per screditare se stesso, evidentemente per avvantaggiare la chiesa cattolica. Per anni lo stato ha dirottato parte della sua quota per finanziare le missioni militari all'estero, mentre la legge istitutiva dell'otto per mille stabilisce che quelle risorse siano destinate per interventi straordinari nei seguenti ambiti: fame nel mondo; calamità naturali; assistenza ai rifugiati; conservazione di beni culturali.

Come reazione, molti atei sono passati dalla firma per lo Stato a quella a favore della chiesa valdese. Tuttavia negli ultimi anni, con il calo della fiducia nella chiesa cattolica le scelte a favore dello stato sono tornate a crescere fino al 12% circa.

I contribuenti che firmano l'8 per mille a favore dello Stato spesso lo fanno perché non vogliono che le risorse vadano alla già ricca chiesa cattolica. Ma lo stato è irrispettoso nei confronti dei contribuenti che hanno scelto esplicitamente lo stato al posto, appunto, delle confessioni religiose e destina ampiamente il proprio 8 per mille a finanziare la chiesa cattolica.

Cito ad esempio l'ultimo documento, a livello nazionale, che ho visto in materia e del quale la stampa si è occupata poco. Si tratta del decreto del presidente del consiglio dei ministri in data 10 dicembre 2010 che riguarda la ripartizione dell'otto per mille spettante allo stato per l'anno 2010.

La somma distribuita è di 144.431.387,64 euro. Gli interventi finanziati sono 343. Circa il 50% degli interventi riguarda direttamente o indirettamente la chiesa cattolica. Ho contato 53 parrocchie beneficiarie. E non è che si tratti di piccoli contributi. Ad esempio, la parrocchia dei santi Giovanni e Paolo Martiri di Venezia, cioè di Zanipolo, ha ricevuto 2.875.228,44 euro, pari al 2% di tutto l'8 per mille dello stato. Tra i beneficiari ci sono una decina di diocesi, tra le quali la diocesi patriarcale di Venezia con 557.381,93 euro per l'avancorpo della chiesa di Santa Maria degli Angeli di Murano. La diocesi qui vicina di Padova ha ricevuto di più: 749.795,27 euro per il palazzo vescovile.

Il decreto del Presidente del Consiglio non ha trascurato i conventi: quello di Santa Maria del Buon Consiglio di Genazzano (Roma) ha avuto 972.240,71 euro e la Curia Generalizia dei Domenicani per quello di Santa Sabina di Roma 754.966,08 euro. La Comunità delle Suore Benedettine Celestine dell'Aquila ha avuto 663.614,17 euro e la Comunità Monastica di Bose 1.306.033,63 euro.

Non sono state trascurate neppure le arcidiocesi: a quella di Bari-Bitonto sono andati 642.630,66 euro, a quella di Catanzaro-Squillace 511.257,16 euro, a quella di Otranto 367.154,96. Un occhio di riguardo anche per le basiliche. Una grossa somma è andata a quella di Sant'Andrea di Mantova 1.525.585,00. E' stato beneficiato anche il Capitolo dei canonici della cattedrale dei santi Protasio e Gervasio di Città della Pieve (Perugia) con 348.561,93 euro. Non sono state ignorate neppure le Confraternite, da quella del Santissimo Sacramento e Gesù Flagellato di Lecce, a quella di Santa Maria degli Angeli di Gallipoli, a quella di Maria SS. Presentata al tempio e San Francesco di Paola in Lecce. Non voglio trascurare la Congregazione Missionari Servi dei Poveri di Palermo e la Congregazione Suore Domenicane Ancelle del Signore in Pompilio di Piteglio (Potenza).

SCUOLA

Per chi non ne fa parte, la chiesa cattolica appare come una grossa macchina per il reclutamento ed il mantenimento dei propri aderenti. La chiesa cattolica impiega grandi risorse umane e materiali per autoriprodursi. A noi che siamo all'esterno, anche i suoi servizi sociali e umanitari appaiono strumentali a questo fine.

Non ostante i grandi sforzi impiegati, la presa della chiesa cattolica diminuisce progressivamente: calo delle c.d. vocazioni, aumento dei matrimoni civili, percentuale dei praticanti sempre più bassa, diminuzione di coloro che si avvalgono dell'insegnamento dell'ora di religione. Prendiamo atto di questi fenomeni, ai quali corrispondono sempre maggiori spettacolarizzazioni di massa, come avverrà al Parco San Giuliano.

Laicità vorrebbe che l'opera di indottrinamento e di reclutamento da parte di una confessione religiosa non avvenisse a spese dello Stato. Per attenuare ed addolcire, si parla di educazione o di formazione religiosa. Ma quando siamo di fronte a bambini e a giovani appare più realistico parlare di indottrinamento e di reclutamento.

In Italia, in base al Concordato, abbiamo l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche con insegnanti scelti dai vescovi e pagati dallo Stato. Gli insegnanti di religione cattolica sono di fatto funzionari della chiesa cattolica, anche se giuridicamente sono funzionari dello Stato, anzi messi in ruolo con una corsia preferenziale. La legge per l'immissione in ruolo degli insegnanti di religione è stata approvata nell'agosto del 2003 durante il governo Berlusconi.

Lo stipendio per gli insegnanti della religione cattolica nelle scuole statali è un altro 8 per mille che lo stato dà alla chiesa cattolica. Circa il numero di insegnanti di religione ho trovato dati diversi. Secondo Cathopedia, enciclopedia cattolica, nell'anno 2008 gli insegnanti di religione nelle scuole statali erano 25.694. Secondo Wikipedia nell'anno scolastico 2009/10 in Italia vi erano 26.326 insegnanti di religione, 12.446 di ruolo e 13.880 precari, in aumento rispetto a quelli dell'anno scolastico precedente, mentre i precari di altre materie venivano licenziati. Gli insegnanti di religione cattolica comportano per lo stato una spesa annua di circa un miliardo di euro. Già sulla Repubblica del 24.10.07 Curzio Maltese ci informava che l'ora facoltativa di religione nelle scuole pubbliche costava ai contribuenti italiani circa un miliardo di euro all'anno.

Ma se la diocesi ritira l´idoneità, come può accadere per mille motivi (per esempio, una separazione o un divorzio o l'esercizio di qualsiasi altro diritto inviso alle autorità ecclesiastiche), lo Stato deve comunque accollarsi l´ex insegnante di religione fino alla pensione, sempre che abbia titolo per altro insegnamento. Per le gerarchie diocesane gli insegnanti di religione non devono essere divorziati o madri nubili o essere in analoghe situazioni peccaminose.

Il mantenimento pubblico di questo esercito di propagandisti della fede non basta. In Italia c'è, poi, il finanziamento pubblico della scuola cattolica, pardon, scuola privata. In materia l'articolo 33 della nostra Costituzione è diventato carta straccia. Ricordate? “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.”

Per quarant’anni nella storia della Repubblica i governi a guida democristiana avevano rifiutato di finanziare con soldi pubblici le scuole e la sanità private, che in Italia significa al novanta per cento cattoliche. La frase “senza oneri per lo Stato” veniva interpretata correttamente perfino da un partito confessionale come la DC. Nel 1964 un governo presieduto da Aldo Moro venne battuto alla Camera e messo in crisi proprio per aver proposto un modesto finanziamento alle scuole materne private.

Nel finanziamento alla scuola privata, cioè cattolica, non c'è da fare molta distinzione a seconda dell'orientamento politico, di centro-destra o di centro-sinistra.

Nella seconda repubblica è stato un governo di centro-sinistra a guida D’Alema, con ministro dell’istruzione Berlinguer, ad aprire le porte, di fatto, con la legge sulla parità scolastica (legge 62/2000), ai finanziamenti alle scuole private. In realtà la legge 62 riconosceva alle scuole private paritarie di svolgere un servizio pubblico, ma non prevedeva finanziamenti in quanto tali, perché rifinanziava i contributi (sussidi) per le scuole elementari parificate e materne non statali previste dalle leggi del 1925 e 1962.

Vescovi e stampa cattolica hanno il vezzo di chiamare le scuole paritarie “pubbliche”, anche se la legge sulle scuole paritarie le chiama private. Alla scuola privata italiana arriva un fiume di denaro appartenente ai contribuenti attraverso mille rivoli il cui percorso è arduo seguire: contributi statali, finanziamenti a singoli progetti, buoni scuola alle famiglie, sussidi regionali e di altri enti locali.

Uno studio del Comitato bolognese Scuola e Costituzione in data 30 agosto 2007 stima che i contributi pubblici di Stato, regioni e comuni alle scuole private raggiungano un miliardo di euro l’anno.

I C I

Vediamo, adesso, un caso di finanziamento mediante esenzione fiscale. Il caso dell'Ici, un'imposta a favore dei comuni, che qualcuno ritiene erroneamente che sia stata eliminata, mentre è stata tolta dalla prima casa.

Premetto che il terzo comma dell'art.7 del Concordato stabilisce che “Le attività diverse da quelle di religione o di culto, svolte dagli enti ecclesiastici, sono soggette, nel rispetto della struttura e delle finalità di tali enti, alle leggi dello Stato concernenti tali attività e al regime tributario previsto per le medesime.”

Un regime che non aveva mai dato problemi alla Cei fino al 2004. Nel 2005 una sentenza della corte di cassazione stabilì che le Suore Zelatrici del Sacro Cuore di Ancona dovevano pagare l'Ici sugli immobili nei quali svolgevano a pagamento, attività sanitaria (casa di cura) e attività ricettiva (pensionato per donne anziane e studentesse universitarie), cioè esercitavano attività commerciali.

Successe il finimondo. Cei, diocesi, stampa cattolica nazionale e diocesana insorsero contro questa eresia fiscale, che avrebbe fatto pagare agli enti ecclesiastici centinaia di milioni o miliardi di euro (con gli arretrati) ai comuni.

Secondo la Cei, preti, frati, suore, diocesi, parrocchie, congregazioni religiose et similia avrebbero dovuto pagare l'Ici soltanto per gli immobili che danno in affitto a terzi. Sul restante immenso patrimonio immobiliare, niente.

Con una norma inserita nella legge finanziaria ( Legge 2 dicembre 2005 n. 248) dal governo Berlusconi il regalo alla chiesa cattolica fu confezionato.

Nel mese di giugno 2006 leggemmo sui giornali che il governo Prodi avrebbe cancellato quella scandalosa esenzione. Si arrivò al Decreto Bersani (decreto-legge n. 223 del 2006 convertito in Legge 4 Agosto 2006 n. 248). L'art. 39 diceva che l'esenzione disposta a favore degli enti religiosi “si intende applicabile alle attività che non abbiano esclusivamente natura commerciale.»

L'avverbio "esclusivamente" consente di fatto l'esenzione per qualsiasi immobile commerciale dell'indotto religioso in cui un gruppo di ambienti, una sola stanza e persino una semplice immagine sacra siano luogo od oggetto di culto. In Italia ci sono centinaia e centinaia di conventi un tempo pieni di preti, frati e suore, che sono stati trasformati in esercizi ricettivi, alberghi, pensionati, ostelli o comunque siano chiamati, sempre a pagamento. Svolgono attività commerciale e sono esenti dall'Ici.

Su denuncia dell'onorevole Maurizio Turco e di altri radicali la commissione europea ha chiesto spiegazioni al governo italiano. L'esenzione dell'ICI per gli enti ecclesiastici che operano nella sanità (ospedali e cliniche legate alla Chiesa), nell'educazione (scuole private), nel turismo (alberghi e resort - spesso a cinque stelle) costituirebbe una pratica anticoncorrenziale. L’esenzione dal pagamento dell'Ici non è l’unico dei benefici di cui gode in Italia la chiesa cattolica: c’è anche la qualifica di ente non commerciale a tutti gli enti ecclesiastici con conseguenti meno tasse pagate e il pagamento dimezzato dell’Ires. Il risparmio calcolato dalla U.E. è di due miliardi di euro, cifra che permette una politica di prezzi certamente più agevolata rispetto ai competitori che non godono del beneficio.

UNIONE EUROPEA

Poiché l'Italia non ha fornito spiegazioni soddisfacenti, il commissario alla Concorrenza Joaquin Almunia ha avviata a metà ottobre 2010 la procedura di infrazione che avrà un’istruttoria di 18 mesi dopo la quale ci sarà una sentenza. La conseguenza potrebbe essere un'ulteriore multa a carico dell'Italia.

Ma nell'agosto del 2010 viene approvata la bozza del decreto sul federalismo fiscale. In un articolo su Repubblica del 19/10/2010, Alberto D'Argenio scriveva: “Pressato dalle esigenze di bilancio per lanciare il federalismo e dalla procedura per aiuti di Stato della Commissione Ue, il governo si appresta a cancellare parte delle esenzioni fiscali concesse alla Chiesa. La porzione più corposa, ovvero quella che ogni anno permette agli enti ecclesiastici di non pagare l'Ici per circa un miliardo di euro. Per intenderci: dal 2014 ospedali, scuole, alberghi e circoli della Chiesa dovranno operare in regime di concorrenza versando le stesse tasse imposte agli altri imprenditori privati. Il taglio ai privilegi - introdotti dallo stesso governo Berlusconi nel dicembre 2005 in vista delle elezioni della primavera successiva - è contenuto in un oscuro comma infilato nel decreto sul federalismo fiscale municipale approvato dal governo lo scorso 4 agosto e mai pubblicizzato”.

Sui giornali apparvero altri articoli sulla fine dell'esenzione a favore della chiesa cattolica. In questo modo sarebbe venuta meno parte della procedura avviata ad ottobre 2010 dalla UE per gli aiuti illegittimi alla chiesa cattolica, ed inizialmente contestata dal governo. Lo stato italiano dovrebbe anche recuperare subito una parte dei soldi non versati dagli enti che sono oggi registrati al fisco, metà dei quali derivano proprio dai mancati pagamenti dell'Ici. Per tutti i fabbricati della chiesa cattolica non registrati, possibilità concessa dall’attuale esenzione Ici, scatterebbe l’obbligo di registrazione per il pagamento dell’IMU (imposta municipale unica), con maggiori possibilità concesse ai comuni per scovarli rispetto a quanto concesso dall’attuale legislazione.

La chiesa cattolica ha reagito e in gennaio di quest'anno è apparsa in internet la notizia di un colpo a sorpresa del ministro Roberto Calderoli nel testo finale sul federalismo municipale. L'Imu, imposta unica sugli immobili, che scatterà dal 2014, la dovranno pagare tutti, meno la chiesa cattolica. Nel testo iniziale non si parlava di nessuna esenzione. E' interessante notare come in pieno scandalo che colpisce il presidente Berlusconi, il testo del federalismo fiscale sia cambiato in favore del
Vaticano, probabilmente per ammorbidire la posizione dei vescovi.

Il Messaggero 16/4/2011 scriveva: “Niente Imu non solo sugli immobili sede di culto e di proprietà della Santa Sede, ma anche per ospedali e cliniche legate alla Chiesa, scuole private, alberghi del mondo cattolico e oratori. L'ultima versione del testo mantiene anche per la nuova imposta comunale, che scatterà dal 2014, le esenzioni già previste dall'Ici. Nella precedente bozza l'esenzione per gli immobili «non di culto» non era prevista e lo scorso ottobre Bruxelles aveva avviato una indagine su questo tipo di esenzione applicate per ora sull'Ici”.

IRES

La procedura d'infrazione avviata dall'UE riguarda anche l'IRES. L'Ires è l'imposta sul reddito delle società che dal 2004 ha sostituito l'Irpeg. E colpisce il reddito non soltanto delle società ma anche di altri enti che svolgono un'attività commerciale. Gli enti della chiesa cattolica che operano nella sanità, nell’istruzione e nell'attività ricettiva pagano il 50% dell'IRES, a differenza delle società e degli enti che non dipendono dalla chiesa cattolica i quali pagano l'aliquota intera del 27,5%. L’Unione Europea ha aperto a questo proposito una procedura di infrazione contro l’Italia ritenendo tutto questo un indebito aiuto di stato, quindi sostanzialmente pratiche anticoncorrenziali. Conventi, palazzi e condomini sono diventati sedi di cliniche, scuole e soprattutto alberghi. Se l’attività è svolta da enti di assistenza e beneficenza l'Ires scende del 50% (esenzione totale se il reddito è generato da un immobile di proprietà diretta del Vaticano). Un bel vantaggio per chi opera nel turismo. E anche in questo caso Roma si è trasformata nell’epicentro di un impero: il turismo religioso genera un fatturato di 5 miliardi l’anno con 40 milioni di presenze. In tutta Italia preti e suore gestiscono 250 mila posti letto.

ORATORI
Gli oratori parrocchiali sono sempre stati uno strumento per il reclutamento infantile e giovanile. Le cose sono sempre state chiare. Poi, è intervenuta l'ipocrisia della legge.

Il 1 agosto del 2003 venne approvata la legge sugli oratori, sul modello di alcune leggi regionali già introdotte dalle giunte di centro-destra di Lazio, Lombardia, Abruzzo, Piemonte e Calabria. Attraverso questa legge «lo Stato riconosce e incentiva la funzione educativa e sociale svolta nella comunità locale, mediante le attività di oratorio o attività similari, dalle parrocchie e dagli enti ecclesiastici della Chiesa Cattolica, nonché dagli enti delle altre confessioni religiose con le quali lo Stato ha stipulato un'intesa». Si aggiungono sempre le altre confessioni religiose come foglia di fico per coprire questo scandaloso privilegio costruito per la chiesa cattolica.

Questo riconoscimento implica innanzitutto che lo Stato, le regioni e gli enti locali possano concedere in comodato (cioè a titolo completamente gratuito) beni mobili ed immobili di loro proprietà. Inoltre la legge prevede l'esenzione dall'Ici dei locali dell'oratorio quali «opere di urbanizzazione secondaria». La legge aveva ricevuto un consenso bipartisan da parte di tutte le forze politiche, ad eccezione di Comunisti italiani e Rifondazione. Ulteriori finanziamenti sono demandati alle leggi regionali.

CAPPELLANI

Veniamo ad un altro capitolo di funzionari della chiesa cattolica stipendiati dallo Stato in base al famigerato concordato. L'art. 11 del concordato stabilisce al primo comma che “La Repubblica italiana assicura che l'appartenenza alle forze armate, alla polizia, o ad altri servizi assimilati, la degenza in ospedali, case di cura o di assistenza pubbliche, la permanenza negli istituti di prevenzione e pena non possono dar luogo ad alcun impedimento nell'esercizio della libertà religiosa e nell'adempimento delle pratiche di culto dei cattolici.” Fin qui niente da ridire. Si tratta di un'esplicazione particolare della libertà religiosa garantita dalla Costituzione, indipendentemente dal Concordato.

Sul comma secondo, però, c'è da ridire. Stabilisce: “L'assistenza spirituale ai medesimi è assicurata da ecclesiastici nominati dalle autorità italiane competenti su designazione dell'autorità ecclesiastica e secondo lo stato giuridico, l'organico e le modalità stabiliti d'intesa fra tali autorità.

Siamo di fronte alla tipica ipocrisia del linguaggio. La propaganda religiosa diventa assistenza spirituale. Comunque, non è compito dello Stato laico assicurare l'assistenza religiosa a chicchessia. La chiesa cattolica ha preteso e pretende che ci siano suoi funzionari pagati dallo Stato perché facciano propaganda, pardon assistenza religiosa.

I cappellani sono funzionari della chiesa cattolica pagati dallo Stato italiano per perseguire finalità proprie della chiesa cattolica.

Ci sono, poi, varie convenzioni per stabilire numero e retribuzione dei cappellani militari, nella Polizia di Stato, nelle carceri, negli ospedali, ci sono cappellani anche per i vigili del fuoco. Non so se ci siano per i vigili urbani e per la nettezza urbana.

Per la Polizia di Stato c'è una convenzione tra ministro dell'interno e Cei. Nella Polizia di Stato c'è un cappellano per ogni questura. Il cappellano cura la celebrazione annuale della festa di San Michele Arcangelo, questa fantasiosa entità che la chiesa ha posto a protezione della Polizia di Stato.

Per le Forze armate c'è una convenzione tra ministro della difesa e Cei. I cappellani militari sono circa 200 e fanno capo all'ordinario militare che ha il grado di vescovo ed anche di generale di corpo d'armata, come ben sa il cardinale Bagnasco.

Per le carceri c'è una convenzione tra ministro di grazia e giustizia e Cei. Alcune centinaia sono anche i cappellani nelle carceri.

Per gli ospedali ci sono protocolli d'intesa tra il presidente della Regione o l'assessore alla sanità e la Conferenza episcopale regionale o interregionale.

ONERI DI URBANIZZAZIONE

Gli oneri di urbanizzazione sono contributi dovuti ai Comuni, da coloro che realizzano interventi di costruzione e di trasformazione edilizia. Il rilascio del permesso di costruire comporta la corresponsione di un contributo commisurato all'incidenza degli oneri di urbanizzazione nonché al costo di costruzione. Gli oneri di urbanizzazione sono dovuti a titolo di partecipazione alle spese che i Comuni sostengono per l´urbanizzazione del loro territorio.

Si distinguono in oneri di urbanizzazione primaria e secondaria. Gli oneri di urbanizzazione primaria sono relativi ai questi interventi: strade residenziali, spazi di sosta o di parcheggio, fognature, rete idrica, rete di distribuzione dell'energia elettrica e del gas, pubblica illuminazione, spazi di verde attrezzato. Gli oneri di urbanizzazione secondaria sono relativi ad altri interventi: asili nido e scuole materne, scuole dell'obbligo, mercati di quartiere, delegazioni comunali, chiese e altri edifici religiosi, impianti sportivi di quartiere, aree verdi di quartiere, centri sociali e attrezzature culturali e sanitarie.

Una legge regionale (L.R. Veneto 20 agosto 1987 n. 44) obbliga i comuni a versare l'8 per cento (si badi, non l'8 per mille) degli oneri ricevuti per l'urbanizzazione secondaria per le chiese e gli altri edifici religiosi. L'obbligo esiste in tutte le regioni, per tutti i comuni d'Italia. Ogni anno alcuni miliardi di euro passano dalle casse comunali a quelle della chiesa cattolica, anche là dove c'è carenza di asili nido e di scuole materne, che pure riguardano l'urbanizzazione secondaria, mentre non c'è carenza di chiese cattoliche, anzi c'è abbondanza. Ormai in Italia il numero delle chiese è eccessivo rispetto al numero di cittadini che le frequentano e non c'è più bisogno di costruirne ancora. Molte rimangono chiuse il maggior numero dei giorni della settimana, del mese o dell'anno. Da notare che anche queste non usate o poco usate sono esenti dall'Ici.

Le leggi regionali sono anteriori alla legge costituzionale 18 ottobre 2001 n.3, che ha modificato il titolo V° della costituzione. Dice il nuovo articolo 119 della costituzione che i comuni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa. Gli oneri di urbanizzazione secondaria costituiscono un'entrata propria dei comuni e ritengo che la regione non abbia il potere di imporre come debbano essere impiegati. A mio avviso, il comune ha facoltà di decidere come impiegarli. Potrebbe ritenere anche non prioritario l'impiego per edifici religiosi qualora vi sia una maggiore necessità di asili nido o di scuole d'infanzia. Come UAAR abbiamo fatto presente questa posizione ad un consigliere regionale del Veneto, che ci ha promesso di valutare l'opportunità di presentare un apposito progetto di legge.

E' difficile trovare qualche esponente politico nel Veneto, ma anche in Italia, che sia disponibile in una qualche battaglia contro i privilegi della chiesa cattolica. La chiesa cattolica influisce sempre meno sui comportamenti degli italiani, mentre aumenta il suo peso economico e politico. Nella maggior parte degli esponenti politici c'è sottomissione o indifferenza o conformismo nei confronti dei privilegi della chiesa cattolica.

Nessun commento:

Posta un commento