domenica 30 ottobre 2011

Incompatibilità fra la Dichiarazione Universale dei diritti Umani, la nostra Costituzione vs le Sacre Scritture

Conferenza tenuta da Silvio Manzati a Mestre il 21 ottobre 2011 presso il Centro Culturale Candiani su invito del circolo UAAR di Venezia.

Lettera Donazzan - Credo che l'origine di questo incontro stia in una lettera che l'assessora regionale all'istruzione Daniela Donazzan inviò in data 15/12/2010 a tutti i "Dirigenti Scolastici Istituti Scuole Primarie del Veneto" dicendo che voleva donare "una copia della Sacra Bibbia a tutti gli alunni". Probabilmente, la Donazzan la Bibbia non l'aveva mai letta oppure poco conosce i bambini dai 6 ai 10 anni. Così il sottoscritto scrisse alla Donazzan che quella era un'idea didatticamente poco felice, perché l'edizione integrale della Bibbia è una lettura difficilmente comprensibile e sicuramente noiosa per bambini di quell'età. Un genitore minimamente acculturato, dopo averla letta attentamente, non inciterebbe un figlio di 6/10 anni a leggere la Bibbia.
In particolare, facevo notare che, avendo la scuola primaria per suo fine la formazione dell'uomo e del cittadino nel quadro dei principi affermati dalla Costituzione della Repubblica, ispirandosi altresì alle dichiarazioni internazionali dei diritti dell'uomo e del fanciullo, era opportuno che fossero evidenziati quei passi della Bibbia che contrastano con la Costituzione e con la Dichiarazione Universale dei diritti umani. E' chiaro che nella Repubblica italiana, Veneto compreso, nel caso di un contrasto tra un precetto, un suggerimento, un episodio esemplificativo della Bibbia ed un qualche articolo della Costituzione o della Dichiarazione, la prevalenza deve essere data a quest'ultimo.

In calce alla lettera, elencavo alla Donazzan, a titolo di esempio,15 brani del Nuovo Testamento e 15 dell'Antico Testamento in evidente contrasto con articoli della Costituzione. La Donazzan si è guardata bene dal rispondermi.

La parola di Dio - Oggi mi è stato assegnato il tema “Incompatibilità fra la dichiarazione Universale dei diritti Umani, la nostra Costituzione e le Sacre Scritture”.

Per i cristiani le Sacre Scritture sono “la parola di Dio”. Finché la parola di Dio influenza il comportamento dei credenti senza effetti sugli altri soggetti non c'è alcun problema. I problemi ci sono e si aggravano quando i credenti, o parte di essi, pretendono di trasformare “la parola di Dio” in obbligatoria per tutti, codificandola in norme giuridiche.

Facciamo il noto esempio dei Testimoni di Geova relativo alla trasfusione di sangue. Costoro ritengono, in base alla Bibbia, che il loro Dio vieti la trasfusione di sangue. Finché applicano il divieto a loro stessi, non c'è alcun problema. Se preferiscono morire o rischiare di morire piuttosto che andare contro ad un precetto del loro Dio, è un problema loro. Loro hanno la sovranità sulla propria vita. Quando si oppongono alla trasfusione di sangue per i loro figli, allorché i medici la ritengano indispensabile, il loro rifiuto si scontra con il diritto alla salute dei figli. E questo non è ammissibile.

Se, poi, i Testimoni di Geova volessero (ma non l'hanno mai richiesto) introdurre una norma giuridica con il divieto di trasfusione di sangue per tutti, ci sarebbe un contrasto con l'art.32 della Costituzione il quale prevede che “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse per la collettività”.

Non lo si consideri un esempio fantapolitico. In Italia abbiamo avuto casi clamorosi di parte dei cattolici e della chiesa cattolica che si sono opposti a innovazioni legislative perché contrastanti, dicevano, con la “parola di Dio” contenuta nelle Sacre Scritture: ci ricordiamo tutti le battaglie per il divorzio e per l'interruzione volontaria della gravidanza.

La differenza tra la mentalità laica e quella confessionale è questa: mentre i laici dicono che se i cattolici non vogliono divorziare, qualunque sia la condizione del loro matrimonio, possono fare a meno e, se le donne cattoliche vogliono comunque portare a termine una gravidanza rischiosa per loro e/o per il feto, possono farlo, la chiesa cattolica pretendeva che anche i non cattolici non divorziassero e che le donne non cattoliche (ma anche molte cattoliche) continuassero ad abortire clandestinamente, senza assistenza medica. Le donne ricche potevano farlo in cliniche private o all'estero.

Legiferare, in una società democratica, vuol dire porre norme giuridiche per risolvere nel modo più opportuno i problemi della convivenza umana e i problemi sociali, non certo per dare attuazione alla “parola di Dio”.

Mentre la “parola di Dio”, dicono le gerarchie ecclesiastiche, è eterna ed immutabile, la società cambia, cambiano le condizioni civili, economiche, sociali e, conseguentemente quelle politiche. Cambiano le norme che riconoscono e disciplinano i doveri ed i diritti civili, politici, economici e sociali. Frutto della nostra storia e della nostra civiltà sono, in particolare, la Costituzione italiana e la Dichiarazione universale dei diritti umani, adottata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, circa un anno dopo l'approvazione della nostra Costituzione repubblicana da parte dell'Assemblea costituente.
La Bibbia,in greco, significa i libri. Effettivamente, la Bibbia è un insieme di libri differenti per origine, genere, composizione e datazione, scritti in un lasso di tempo abbastanza ampio e preceduti da una tradizione orale più o meno lunga. Le regole, i precetti, le disposizioni contenuti nella Bibbia, forse, potevano andar bene per il popolo ebraico nel momento in cui furono emanati. Ma vi sono contenuti della Bibbia sicuramente incompatibili con le regole laiche e civili di pacifica convivenza e di confronto tra le persone, con i diritti sulle pari opportunità e con il rispetto delle minoranze e delle libertà di espressione individuali contenute sia nella nostra Costituzione sia nella Dichiarazione universale dei diritti umani. In questo campo i due documenti sono coerenti.
Pari dignità sociale - Fin dal primo articolo la Dichiarazione universale riconosce la pari dignità di tutti gli esseri umani. L'art.3 della Costituzione riconosce la pari dignità sociale di tutti i cittadini senza alcuna distinzione. Fra un momento vedremo, invece, la diversa dignità tra uomo e donna contenuta in vari brani della Bibbia. Ma anche tra le donne vi è una diversa dignità, come si può vedere in Levitico (21,7): “Non prenderanno in moglie una prostituta o già disonorata; né una donna ripudiata dal marito…”. Prostituta, disonorata (cioè, non più vergine) e donna ripudiata dal marito sono tutte sullo stesso piano e non degne di essere prese come moglie. Come si vede, la parola di Dio non ammette il divorzio ma soltanto il ripudio della moglie da parte del marito.
Una privazione della dignità si ha in Numeri (5,20-22): “Ma se ti sei traviata ricevendo un altro invece di tuo marito e ti sei contaminata e un uomo che non è tuo marito ha avuto rapporti disonesti con te... Allora il sacerdote farà giurare alla donna con un'imprecazione; poi dirà alla donna: Il Signore faccia di te un oggetto di maledizione e di imprecazione in mezzo al tuo popolo,… facendoti avvizzire i fianchi e gonfiare il ventre; quest'acqua che porta maledizione ti entri nelle viscere per farti gonfiare il ventre e avvizzire i fianchi!”

Uomini e donne - Tra i principi fondamentali della costituzione vi è quello dell'uguaglianza davanti alla legge e la pari dignità sociale di tutti i cittadini senza distinzione di sesso (art.3). Uguale principio è contenuto nella dichiarazione universale dei diritti umani (art.2). Fanno parte della Bibbia parecchie lettere di San Paolo. Ebbene nella prima lettera a Timoteo (2,11-12) dice l'apostolo delle genti: “La donna impari in silenzio, con perfetta sottomissione. Non permetto alla donna d'insegnare, né di dominare sull'uomo, ma che stia in silenzio”. E sapete perché? “Per primo infatti è stato formato Adamo e quindi Eva. Inoltre non fu Adamo ad essere sedotto; la donna, infatti, fu sedotta e cadde nel peccato”. Tutto questo dopo aver raccomandato che le donne si vestano con abbigliamento decoroso, senza trecce e ornamenti d'oro, senza perle o vesti sontuose. Applicando questo precetto oggi, si dovrebbe licenziare la maggior parte del corpo docente.

Sulla non libertà della donna di parlare Paolo insiste anche nella prima lettera ai Corinzi (14,34): “Come in tutte le comunità dei fedeli, le donne nelle assemblee tacciano perché non è loro permesso parlare; stiano invece sottomesse, come dice anche la legge. Ché se vogliono apprendere qualche cosa, interroghino a casa i loro mariti”. Questa prescrizione paolina contrasta anche con l'art.21 della Costituzione per il quale “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

Sempre in questa lettera ( 11,3) Paolo scrive: “Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l'uomo, e capo di Cristo è Dio”. Come vedete, questo passo contrasta anche con l'art. 29 della Costituzione il quale stabilisce che “Il matrimonio è ordinato sull'eguaglianza morale e giuridica dei coniugi…”. (L'eguaglianza dei coniugi nel matrimonio è prevista anche l'art.16 della dichiarazione). Il codice civile, conformemente a questa prescrizione biblica, aveva l'art.144 del codice civile con il titolo “Potestà maritale” in cui si diceva che “il marito è il capo della famiglia”. Successivamente, il contenuto dell'articolo fu modificato per conformarlo alla Costituzione. Da notare che, secondo questo versetto di Paolo, Cristo non sarebbe Dio. Infatti, vi si dice che capo di Cristo è Dio.

Sulla pari dignità tra uomo e donna, scrive ancora Paolo nella prima lettera ai Corinzi (11,7-10): "L'uomo non deve coprirsi il capo, poiché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell'uomo. E infatti non l'uomo deriva dalla donna, ma la donna dall'uomo; né l'uomo fu creato per la donna, ma la donna per l'uomo. Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza… ". Poi, ci sono dei cattolici che se la prendono con il velo islamico. San Paolo è un grande misogeno. La donna è in funzione dell'uomo.

Nella lettera ai Colossesi (3,18) Paolo insiste: “Donne, siate sottomesse ai vostri mariti, come si conviene nel Signore”. L'emancipazione della donna che connota l'Europa moderna, quindi, è avvenuta malgrado il cristianesimo. Quando Ratzinger, come il suo predecessore, parla di radici cristiane dell'Europa, o non ha presente la condizione giuridica della donna o non ha presente quanto dice la Bibbia.

Le lettere di Paolo fanno parte del nuovo testamento, ma anche nel vecchio la parità tra uomo e donna lascia molto a desiderare. C'è scritto nell'Ecclesiaste (7,26): “Trovo che amara più della morte è la donna, la quale è tutta lacci: una rete il suo cuore, catene le sue braccia. Chi è gradito a Dio la sfugge ma il peccatore ne resta preso.”

In altri casi il divieto non è nei confronti della donna in generale ma della donna sposata. Nel libro di Siracide (9,9) sta scritto: “non sedere insieme con la donna di un altro, in sua compagnia non bere ad una festa, perché la tua anima non le corra dietro e tu cada, insanguinato, in perdizione”. Dice l'art.13 della costituzione che la libertà personale è inviolabile.

Pene corporali e pena di morte - La costituzione stabilisce, all'art.27, che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e che non è ammessa la pena di morte. Più avanti l'art.111 dice che la giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge.

Contrastante con questi due articoli è quanto l'evangelista Luca (12,47-48) fa dire a Gesù: "Il servo che, conosce la volontà del padrone, ma non la esegue con prontezza, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche”. Le pene corporali sono previste dal vangelo. Non parla del cilicio dell'Opus Dei, ma invita terribilmente all'autopunizione.

L'evangelista Matteo (5,29-30), infatti, fa dire a Gesù: “Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna. E se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geenna.” L'occasione di scandalo sarebbe guardare una donna per desiderarla, perché nel cuore si commetterebbe adulterio. Con l'occhio destro, mentre l'occhio sinistro è salvo. Come la mano destra possa essere occasione di scandalo, viene lasciato alla fantasia del singolo.

Sempre l'evangelista Luca fa dire a Gesù (17,2): “...guai a colui per cui avvengono [gli scandali]. È meglio per lui che gli sia messa al collo una pietra da mulino e venga gettato nel mare…”. E' un invito all'omicidio. Se l'invito fosse stato accolto per preti e fratelli dell'Istituto Provolo di Verona, ci sarebbe stata una strage.

La pena di morte è raccomandata da molti brani dell'Antico Testamento. Ad esempio:
Levitico 24,17 “Chi percuote a morte un uomo dovrà essere messo a morte”. Si tratterebbe di un omicidio preterintenzionale, che le legislazioni hanno trattato meno pesantemente dell'omicidio doloso.

La Bibbia stabilisce la pena di morte per delle fattispecie che la nostra civiltà non considera neppure reato. In Esodo (31,14-15) La pena di morte è prevista per chi lavora al sabato: “Osserverete dunque il sabato, perché lo dovete ritenere santo. Chi lo profanerà sarà messo a morte; chiunque in quel giorno farà qualche lavoro, sarà eliminato dal suo popolo. Durante sei giorni si lavori, ma il settimo giorno vi sarà riposo assoluto, sacro al Signore. Chiunque farà un lavoro di sabato sarà messo a morte”. La chiesa cattolica ha deciso che il giorno sacro al Signore non è più il sabato bensì la domenica ed ancora al giorno d'oggi c'è qualche suo esponente che protesta per l'apertura di supermercati alla domenica, per non parlare di Natale. Nello stato d'Israele ci sono fondamentalisti che rifiutano qualsiasi lavoro al sabato.

Pena di morte anche per la libertà di religione, che è garantita dall'art. 19 della costituzione. In Esodo (22,19) si prescrive: “Colui che offre un sacrificio agli dèi, oltre al solo Signore, sarà votato allo sterminio”. La chiesa cristiana, invece, ha represso violentemente anche i cristiani considerati eretici, che erano coloro che venivano a trovarsi via via in minoranza.

Pena di morte anche contro la libertà sessuale. In Levitico (20,10) è prescritto: “Se uno commette adulterio con la moglie del suo prossimo, l'adultero e l'adultera dovranno essere messi a morte”. Per queste radici bibliche l'adulterio era un reato previsto dal codice penale italiano. Veramente, soltanto per la moglie. Il marito era punito se vi era una relazione adulterina. Il reato di adulterio non fu eliminato dal partito dei cattolici, ma dalla corte costituzionale a causa della disparità di trattamento tra uomo e donna. Comunque, la chiesa cattolica, opponendosi al divorzio, dà oggettivamente una mano all'adulterio.

La parola di Dio, però, non prevede la pena di morte se la donna sposata è una schiava. Si legge in Levitico (19,20): “Se un uomo ha rapporti con donna che sia una schiava sposata ad altro uomo, ma non riscattata o affrancata, saranno tutti e due puniti; ma non messi a morte, perché essa non è libera”. Anche qui, per la Bibbia, vi è una diversa dignità tra donna libera e donna schiava.

Pena di morte pure per i rapporti omosessuali. Sempre in Levitico (20,13) si prescrive: “Se uno ha rapporti con un uomo come con una donna, tutti e due hanno commesso un abominio; dovranno essere messi a morte; il loro sangue ricadrà su di loro”. Ancora adesso la chiesa cattolica non riconosce che una parte dell'umanità ha, naturalmente, tendenze omosessuali; parti consistenti di essa ritiene che l'omosessualità sia o un vizio o una malattia e si oppone strenuamente al riconoscimento dei diritti civili degli omosessuali.
Ma anche con gli eterosessuali la Bibbia non scherza. In Deuteronomio (22,23-24) si ordina: “Quando una fanciulla vergine è fidanzata e un uomo, trovandola in città, pecca con lei, condurrete tutti e due alla porta di quella città e li lapiderete così che muoiano: la fanciulla, perché essendo in città non ha gridato, e l'uomo perché ha disonorato la donna del suo prossimo. Così toglierai il male da te”. Per la Bibbia peccato e reato coincidono, in uno stato laico no. La chiesa cattolica ha storicamente cercato di far coincidere il peccato con il reato.
Quella che viene definita bestemmia è spesso un modo di dire o uno sfogo o un intervallo mentre si trovano le parole per proseguire il discorso. E' difficile che uno tiri una bestemmia con volontà di bestemmiare, cioè di offendere la divinità, i suoi simboli o le persone venerate dalla religione. Certo, la bestemmia può dare fastidio a qualche ascoltatore ed è educazione evitarla. E' una questione di educazione linguistica. Ma la Bibbia la pensa in modo gravemente diverso. In Levitico (24,16) è prescritto: “Chi bestemmia il nome del Signore dovrà essere messo a morte: tutta la comunità lo dovrà lapidare. Straniero o nativo del paese, se ha bestemmiato il nome del Signore, sarà messo a morte. Chi percuote a morte un uomo dovrà essere messo a morte” E l'art.724 del codice penale italiano puniva con una ammenda “Chiunque pubblicamente bestemmia, con invettive o parole oltraggiose, contro la Divinità o i Simboli o le Persone venerati dalla religione dello Stato”. Com'è noto, la revisione del Concordato del 1984 ha eliminato il principio della religione cattolica come religione dello Stato e la Corte costituzionale, con sentenza n.440 del 18 ottobre 1995, ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'articolo limitatamente alle parole o i Simboli o le Persone venerati nella religione dello Stato”. 

Per quanto riguarda le pene, l'Antico testamento teorizza la c.d. legge del taglione. Nel Levitico (24,19-20), infatti, si stabilisce: “ Se uno farà una lesione al suo prossimo, si farà a lui come egli ha fatto all'altro: frattura per frattura, occhio per occhio, dente per dente; gli si farà la stessa lesione che egli ha fatto all'altro”.

Libertà personale e schiavitù - L'art.13 della Costituzione stabilisce solennemente che “la libertà personale è inviolabile” ed è la prima libertà indicata perché è il presupposto per l'esercizio di qualsiasi altra libertà. La Bibbia, la parola di Dio, giustifica la schiavitù, cioè la mancanza di libertà personale. E secondo San Pietro gli schiavi devono essere contenti anche se bastonati. Nella prima lettera di Pietro (2,18-19), infatti, è scritto: “Domestici, state soggetti con profondo rispetto ai vostri padroni, non solo a quelli buoni e miti, ma anche a quelli difficili. È una grazia per chi conosce Dio subire afflizioni, soffrendo ingiustamente”.  


San Paolo nella lettera agli Efesini (6,5) ammonisce: “Schiavi, obbedite ai vostri padroni terreni con timore e rispetto, con cuore sincero, come al Signore”. Quindi nessuna ribellione, nessun anelito alla libertà. E nella prima lettera ai Corinzi (7,21-22) così conforta lo schiavo: “Sei stato chiamato da schiavo? Non ti preoccupare; ma anche se puoi diventare libero, profitta piuttosto della tua condizione! Perché lo schiavo che è stato chiamato nel Signore, è un liberto affrancato del Signore!”. Qualcuno ha il coraggio di sostenere che è stato il cristianesimo a por fine alla schiavitù.
L'evangelista Matteo (25,30) fa dire a Gesù: “E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. E il servo fannullone sarebbe quello che si è limitato a conservare il talento e non lo ha fatto moltiplicare in assenza del padrone.
E nell'antico testamento nel libro di Siracide (33,26-30) è raccomandato: “Fa lavorare il tuo servo, e potrai trovare riposo, lasciagli libere le mani e cercherà la libertà. Giogo e redini piegano il collo; per lo schiavo cattivo torture e castighi. Fallo lavorare perché non stia in ozio, poiché l'ozio insegna molte cattiverie. Obbligalo al lavoro come gli conviene, e se non obbedisce, stringi i suoi ceppi. Non esagerare con nessuno”. Vi è anche un tocco di umanità raccomandando di non esagerare.
Levitico (25,44-46) distingue tra schiavi di origine non ebraica e schiavi di origine ebraica: “Quanto allo schiavo e alla schiava, che avrai in proprietà, potrete prenderli dalle nazioni che vi circondano; da queste potrete comprare lo schiavo e la schiava. Potrete anche comprarne tra i figli degli stranieri, stabiliti presso di voi e tra le loro famiglie che sono presso di voi, tra i loro figli nati nel vostro paese; saranno vostra proprietà. Li potrete lasciare in eredità ai vostri figli dopo di voi, come loro proprietà; vi potrete servire sempre di loro come di schiavi; ma quanto ai vostri fratelli, gli Israeliti, ognuno nei riguardi dell'altro, non lo tratterai con asprezza”. Quindi, minor rigore con gli schiavi di origine ebraica.

Vi ricordate la guerra di secessione nel Nord America. I cristiani sudisti avevano buoni appigli biblici per sostenere la schiavitù.

Figli e famiglia - L'art. 30 della costituzione dice che “È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio…”. Una volta i figli nati fuori del matrimonio erano definiti figli illegittimi. La costituzione ha stabilito che i figli sono figli e basta. Le radici della pari dignità dei figli nati nel matrimonio e fuori del matrimonio non sono certamente nella Bibbia. Nel libro della Sapienza (3,16-19) è previsto un futuro nero: “I figli di adulteri non giungeranno a maturità; la discendenza di un'unione illegittima sarà sterminata. Anche se avranno lunga vita, non saran contati per niente, e, infine, la loro vecchiaia sarà senza onore. Se poi moriranno presto, non avranno speranza né consolazione nel giorno del giudizio, poiché di una stirpe iniqua è terribile il destino”.

A proposito del sentimento di paternità, ecco che cosa si dice in Genesi (19,8): “Sentite, io ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo; lasciate che ve le porti fuori e fate loro quel che vi piace”. Lo dice Lot a Sodoma. Lot aveva ospitato in casa due giovanotti, che in realtà erano angeli. Gli abitanti di Sodoma, giovani e anziani, si radunarono davanti alla casa di Lot e gli dissero di portare fuori i due uomini perché volevano abusare di loro e Lot rispose: “No, fratelli miei, non fate del male. Sentite io...”. Insomma offre loro le due figlie vergini, purché non abusino dei due ospiti. All'alba venne distrutta la città di Sodoma da Dio, mentre i due angeli mettevano in salvo Lot, moglie e le due figlie.
In Esodo (21,7-1), addirittura, è legittimata e prevista la vendita della figlia come schiava da parte del padre: “Quando un uomo venderà la figlia come schiava, essa non se ne andrà come se ne vanno gli schiavi maschi. Se essa non piace al suo padrone, che così non se la prende come concubina, la lasci riscattare. Comunque egli non può venderla a gente straniera, agendo con frode verso di lei. Se egli la vuol dare come concubina al proprio figlio, si comporterà nei suoi riguardi secondo il diritto delle figlie. Se egli ne prende un'altra per sé, non diminuirà alla prima il nutrimento, il vestiario, la coabitazione. Se egli non fornisce a lei queste cose, essa potrà andarsene, senza che sia pagato il prezzo del riscatto”.

La nostra civiltà ritiene una cosa bestiale far pagare ai figli le colpe dei padri. Ricordate la favola di Fedro “Il lupo e l'agnello”? Spinti dalla sete, il lupo e l'agnello erano andati a bere nello stesso ruscello. Il lupo stava sopra e l'agnello sotto. Il lupo accusò l'agnello di intorbidirgli l'acqua. L'agnello si difese facendo presente che lui beveva l'acqua che era già passata dal lupo. Il lupo, allora, cambiò l'accusa: Sei mesi fa mi insolentisti. E l'agnello a precisare che sei mesi prima non era ancora nato. Il lupo: “Allora fu tuo padre che mi insolentì” e, così giustificandosi, sbranò l'agnello. Il Dio della Bibbia, definito misericordioso e pietoso, si comporta come il lupo di Fedro. Si legge in Esodo (34,6-7): “…il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di grazia e di fedeltà, che conserva il suo favore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione”.

Il concetto viene ribadito in Numeri (14,18): “Il Signore è lento all'ira e grande in bontà, perdona la colpa e la ribellione, ma non lascia senza punizione; castiga la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione”.

Si diceva prima che l'art. 30 della costituzione prevede per i genitori l'obbligo di mantenere, educare e istruire i figli. E se il figlio è testardo e ribelle? Ci pensa la Bibbia. In Deuteronomio (21,18-21) si prescrive: “Se un uomo avrà un figlio testardo e ribelle che non obbedisce alla voce né di suo padre né di sua madre e, benché l'abbiano castigato, non dà loro retta, suo padre e sua madre lo prenderanno e lo condurranno dagli anziani della città, alla porta del luogo dove abita, e diranno agli anziani della città: Questo nostro figlio è testardo e ribelle; non vuole obbedire alla nostra voce, è uno sfrenato e un bevitore. Allora tutti gli uomini della sua città lo lapideranno ed egli morirà; così estirperai da te il male e tutto Israele lo saprà e avrà timore”. Insomma, colpirne uno per educarne cento, come dicevano le Brigate Rosse.

Sempre dell'unità della famiglia si preoccupa la Bibbia in Esodo (21,2-6): “Quando tu avrai acquistato uno schiavo ebreo, egli ti servirà per sei anni e nel settimo potrà andarsene libero, senza riscatto. Se è entrato solo, uscirà solo; se era coniugato, sua moglie se ne andrà con lui. Se il suo padrone gli ha dato moglie e questa gli ha partorito figli o figlie, la donna e i suoi figli saranno proprietà del padrone ed egli se ne andrà solo. Ma se lo schiavo dice: Io sono affezionato al mio padrone, a mia moglie, ai miei figli; non voglio andarmene in libertà, allora il suo padrone lo condurrà davanti a Dio, lo farà accostare al battente o allo stipite della porta e gli forerà l'orecchio con la lesina; quegli sarà suo schiavo per sempre”.

Libertà di religione - La costituzione, all'art. 19, prevede la libertà di religione: “Tutti hanno il diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne il culto”. E l'art. 18 della Dichiarazione universale precisa che la libertà di religione include la libertà di cambiare di religione o di credo. Questa libertà non ha sicuramente radici bibliche.
In Giosuè (24,20) si legge: “Se abbandonerete il Signore e servirete dèi stranieri, Egli vi si volterà contro e, dopo avervi fatto tanto bene, vi farà del male e vi consumerà”.

La tolleranza religiosa, poi, è così raccomandata in Deuteronomio (7,5-6): “Ma voi vi comporterete con loro così: demolirete i loro altari, spezzerete le loro stele, taglierete i loro pali sacri, brucerete nel fuoco i loro idoli. Tu infatti sei un popolo consacrato al Signore tuo Dio; il Signore tuo Dio ti ha scelto per essere il suo popolo privilegiato fra tutti i popoli che sono sulla terra”. La chiesa cristiana, appena ebbe il potere, divenendo la religione ufficiale dell'impero romano, abbatté templi e altari dei vari dèi, oppure li trasformò in proprie chiese o ne rubò le colonne per utilizzarle nei propri edifici di culto.

Comandamento non osservato - Ma la chiesa cristiana non osservò tutti i comandamenti contenuti nella Bibbia. Per fortuna, perché, altrimenti, non avremmo quel grande patrimonio artistico nel campo figurativo di cui oggi godiamo. In Deuteronomio (5,7-8) Dio ordinò a Mosè: “Non avrai altri dèi all'infuori di me. Non ti farai alcuna figura scolpita di qualsiasi genere, né di ciò che è lassù nei cieli, né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto terra”. Ai miei tempi, questa parte dei Dieci Comandamenti non ci veniva insegnata. Il comandamento è sempre valso e vale ancora per la religione ebraica e musulmana. Nell'impero bizantino nell'ottavo secolo si sviluppò l'iconoclastia con la distruzione materiale di un gran numero di icone.

La nostra Costituzione, in contrasto con il precetto biblico, stabilisce all'art.33 che “L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento”, malgrado la maledizione contenuta in Deuteronomio (27,15): “Maledetto l'uomo che fa un'immagine scolpita o di metallo fuso, abominio per il Signore, opera delle mani di un artigiano, e la pone in luogo segreto”.

Per fortuna, dicevo, la chiesa cristiana non ha seguito il precetto biblico ed oggi abbiamo un patrimonio artistico figurativo che altrimenti non avremmo. Questo fatto dimostra che anche per i credenti non è sempre opportuno seguire i precetti biblici. Insomma, anche per i credenti non è sufficiente che un precetto sia contenuto nella Bibbia per essere seguito. Figurarsi per noi che credenti non siamo.

Per noi la Bibbia è un libro letterario, come lo è l'Iliade o l'Odissea. Non avrebbe senso confrontare l'Iliade o l'Odissea con la Costituzione italiana o con la Dichiarazione universale dei diritti umani. Non avrebbe senso il confronto con la Bibbia, che ho fatto finora. Bibbia da una parte e costituzione e Dichiarazione universale dall'altra stanno su piani diversi.

Il confronto è necessario quando qualcuno sostiene non solo che la Bibbia è la Parola di Dio, e questo sarebbe un affar suo, ma che essendo la Parola di Dio contiene comandamenti, precetti, ordini rivolti a tutti, che tutti devono osservare e che, perciò devono essere tradotti in norme giuridiche. Applicare la Parola di Dio a tutti comporterebbe una situazione analoga quella della sharìa che si ha in certi paesi islamici e che tanto ci fa inorridire. Abbiamo cercato di dire quanto sarebbe assurdo e dannoso se ciò avvenisse.

La laicità dello Stato, con una netta separazione tra politica legislativa e religione, è una garanzia per la libertà di tutti, credenti e non credenti.

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