sabato 23 giugno 2012

Resoconto dell'incontro-confronto sulla felicità

Il circolo UAAR di Verona ha organizzato un incontro sul tema: "Atei e credenti tra ricerca e confronto: dove sta la felicità?". L’incontro si è tenuto venerdì 8 giugno presso la sala civica Brunelleschi di Verona.
L'idea è nata dal fatto che Benedetto XVI ama dipingere chi non crede in Dio come nichilista e infelice.
A seguito della presentazione alla stampa, ne avevano parlato Telearena, Telenuovo e L'Arena (tv e quotidiano veronesi).
Dopo un'introduzione del dott. Giovanni Ventura, psicologo, il tema è stato dibattuto tra il monsignor Giancarlo Grandis, vicario episcopale per la cultura della diocesi di Verona, e l'architetto Angelo Campedelli, del circolo di Verona. C’è stato anche ampio spazio per interventi e domande da parte del pubblico.
La sala era piena, l'uditorio attento e grande volontà di partecipare. Molti presenti hanno preso la parola ed altri avrebbero voluto farlo, ma una serata ha tempi limitati. La ricerca c'è stata, il confronto un po' meno.

Introduzione dello psicologo Giovanni Ventura.
Nella sua introduzione, Ventura ha presentato i risultati di indagini svolte su persone credenti e non credenti.
È stato presentato uno studio pubblicato sulla rivista specializzata Mental Health, Religion & Culture e realizzato da Catherine L. Caldwell-Harris, Angela L. Wilson, Elizabeth LoTempio e Benjamin Beit-Hallahmi. Messi a confronto con cristiani e buddisti, gli atei si sono rivelati simili ai credenti quanto a benessere ed empatia: logici, scettici, non conformisti e razionali, ma non certo cinici o senza gioia.
Un altro studio pubblicato sulla stessa rivista, realizzato da Luke William Galen e James D. Kloet, ha confermato tali risultati. Il benessere mentale dato da una forte credenza, già evidenziato da altre ricerche, è emerso anche in questa occasione, ma analoghi risultati li hanno mostrati gli atei. La relazione col benessere sarebbe, infatti, di tipo curvilineo: sono semmai gli indecisi a mostrare una condizione di ‘stress’. In altre parole, il benessere è correlato ad una visione del mondo convinta-sicura, piuttosto che alla credenza religiosa (atei e religiosi hanno presentato un maggior benessere rispetto ad agnostici e credenti incerti).
Da un terzo studio, “Profile of godless”, non sono state registrate differenze per quanto riguarda la salute mentale, mentre per quanto riguarda i principali tratti della personalità sono emerse due differenze: i non religiosi mostrano una maggiore “apertura mentale” (alla cultura e all’esperienza); di contro i religiosi mostrano maggiore “amicalità” (minor scetticismo e maggiore accoglienza verso gli altri).
Dalla tesi di laurea dello psicologo è emerso che gli atei hanno una maggior cultura generale e maggior omogeneità di idee; i credenti sono meno critici e verbalmente meno aggressivi nei confronti della controparte.

Relazione del monsignor Giancarlo Grandis.
Grandis ha esaminato soprattutto il pensiero di filosofi attorno al concetto di felicità, che nel pensiero cattolico assume la denominazione di beatitudine.
Ha esordito dicendo che “sul sito veronese e sui siti nazionali dell’UAAR” ravvisa “un ateismo “aggressivo” nei confronti della fede religiosa e anche di una certa “acredine” nei confronti della istituzione ecclesiale e delle persone istituzionali (papa, vescovi, cardinali, preti), lamentando che la presenza in Italia di uno “staterello teocratico” (la Chiesa cattolica, appunto) renderebbe la nostra nazione “a sovranità limitata””.
Il monsignore è entrato nel merito della questione citando dapprima il pensatore danese Soren Kierkegaard: “La porta della felicità si apre verso l’esterno. Chi tenta di forzarla in senso contrario, finisce per chiuderla sempre di più”. Poi è la volta del celebre psichiatra Viktor Frankl: “Una delle caratteristiche principali dell’essere umano è l’auto trascendenza. L’uomo può veramente realizzare se stesso e sperimentare un senso di pienezza esistenziale solo se vive impostando la propria vita in funzione di uno scopo da realizzare, uno scopo che non coincida con se stesso”.
Prosegue ponendo alcune domande: “La felicità a cui l’uomo tende sta nel piacere? Sta nel sentirsi soggettivamente bene? Oppure sta in qualcosa che va oltre se stesso, ciò che possiamo chiamare beatitudine?”.
Alle domande risponde: “L’uomo vuole sempre di più, di più, di più. Ma per quanti traguardi egli possa raggiungere, per quanta felicità il conseguimento di questi traguardi possano dargli, egli fa tempo prima a morire che raggiungere una felicità adeguata al suo desiderio. Il piacere e il sentirsi bene, l’uomo può raggiungerli da sé. Ma qui non sta la vera felicità che egli in realtà desidera. La ricerca della felicità, che è propria di ogni uomo, mi sembra che abbia delle analogie con la ricerca della verità che è propria dei filosofi”.
A questo punto, il chierico cita alcuni filosofi: Martin Heidegger (“L’intelligenza mette l’uomo in ricerca della verità. È come l’Ulisse che vuole conoscere tutto e provare tutto”); Ludwig Feuerbach (“La vita nasce dalle lacrime dell’uomo”); Albert Camus (“Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia”).
Per il religioso, il succo della questione sta nella conoscenza: “Conoscere le cose nella loro individualità significa conoscerne i limiti. È proprio questa esperienza del limite che mi fa scoprire che in me abita un desiderio di sapere, di conoscere ed eventualmente di possedere un essere che non abbia limiti, vale a dire che mi possa dare una felicità senza limiti. La felicità è il possesso della realtà desiderata. Ora, se io ho il desiderio di qualcosa che sia il tutto, che non abbia limiti, sarò felice solo quando avrò trovato questo tutto. Se non lo trovo, oppure non c’è, io sarò condannato all’infelicità”.
Termina con Heidegger: “Qualora ci fosse Qualcuno, noi possiamo soltanto attendere che si riveli”.
Per il monsignore “se fino a questo punto l’ateo e il credente possono camminare insieme nella loro ricerca, da qui in avanti essi sono costretti a separarsi e a contrapporsi di fronte alla risposta che ciascuno liberamente dà a questa questione: se la vita abbia un senso oppure no, cioè se valga la pena viverla oppure anche togliersela”.

Relazione dell’architetto Angelo Campedelli.
Campedelli ha ricordato una serie di affermazioni di Benedetto XVI, e di altri massimi esponenti delle gerarchie cattoliche, circa l'infelicità ed il nichilismo degli atei, contestando il metodo di generalizzare situazioni che possono riguardare alcuni o parte degli atei.
L’architetto ateo ha esordito dicendo che “in questa conferenza non dobbiamo perdere di vista il tema di fondo, e cioè che l’idea nasce dal fatto che B16 ama dipingere chi non crede in Dio come nichilista e infelice”.
Per il termine nichilismo ha ricordato, oltre alla sua etimologia ed al suo significato filosofico, la celebre frase di Nietzche: “Dio è morto”, commentandola con “Per noi Dio è morto, e allora? Molti altri dèi sono morti prima di lui, ma da quando quegli dèi sono stati sostituito dall’”unico” Dio l’umanità non è stata certo più felice, anzi…!”.
Per il termine felicità (parola che coinvolge il corpo, la mente, il tempo, la cultura) ha affermato che “la felicità è quindi soggettiva, relativa, temporale”. Per Campedelli, “La felicità ha due componenti fondamentali: il raggiungimento del benessere del corpo e il raggiungimento della serenità della psiche. Solo il raggiungimento di entrambi dà la felicità completa (data dal pieno sviluppo della persona umana). Nella Costituzione italiana il “pieno sviluppo della persona umana” è valore sancito dall’articolo 3”.
E ancora: “Rispettare la vita privata significa, quindi, ed anche, permettere a ciascuno di realizzare i propri sogni, di non rinunciare alla felicità nelle forme in cui di volta in volta la si identifica, di decidere personalmente circa ciascun aspetto del proprio cammino, sviluppare appieno se stesso trovando il necessario equilibrio per raggiungere la PROPRIA felicità! Ora io chiedo: perché lo Stato italiano continua ad inseguire più le gerarchie cattoliche che non la sua stessa Costituzione? Quanta infelicità il nostro Stato procura a molti suoi cittadini nell’impedire le unioni di fatto, i diritti civili degli omosessuali, il libero testamento biologico, l’eutanasia, ecc., ecc., ecc.?”.
Il laico ha poi elencato una serie di frasi pronunciate dai vari esponenti delle gerarchie cattoliche (compreso B16), tra le quali: “L’ateo è un pover’uomo o una povera donna. È una persona da compatire ma anche da aiutare perché è senza speranza” (cardinale Poletto). Oppure: “Il destino dell’uomo senza il suo riferimento a Dio non può che essere la desolazione dell’angoscia che conduce alla disperazione” (B16). E ancora: “Gli atei non sono totalmente umani” (cardinale O’Connor). E altre citazioni.
Ma la citazione descritta per intero è stata il discorso di B16 pronunciato all’Angelus nell’agosto del 2009, nel quale la cultura nichilista di oggi, che esalta la libertà individuale e rifiuta la sacralità della vita, è stata paragonata dal papa alla follia hitleriana con i suoi lager nazisti.
È stata richiamata un’altra frase di B16, nella quale “il rappresentante di Dio in terra” afferma che “Dio è il garante, non il concorrente, della nostra felicità”: per Campedelli, Dio è stato un concorrente!
Campedelli ha menzionato anche una voce ecclesiale fuori dal coro, quella del priore di Bose, tal Enzo Bianchi, secondo il quale “L’uomo può essere umanamente felice senza credere in Dio, così come può esserlo un credente: non è la fede in Dio a determinare la felicità di un essere umano” (in perfetta linea con gli studi esposti da Ventura). La conseguenza sulla possibilità di una felicità anche senza Dio è che non c’è più bisogno della Chiesa e dei suoi uomini. Ecco ciò che teme la chiesa cattolica dall’ateismo: la perdita di potere.
Il relatore ateo ha riportato il fatto che ci sono molti Paesi in cui la percentuale di atei dichiarati è molto alta: “Contrariamente a quanto affermano i leader religiosi, i Paesi atei sono anche Paesi di grande integrità morale, con un livello insolitamente alto di fiducia sociale, uguaglianza economica, bassa criminalità, e forte impegno civile, che non è poi così male” (articolo dell’Huffington Post del 6 giugno 2012, dal titolo “2038, il mondo senza Dio).
Si è dato, poi, un accenno alla lettera (“Ateofobia o rispetto”) del segretario nazionale dell’UAAR, Raffaele Carcano, scritta ed inviata al papa nel gennaio del 2010. È stato evidenziato il fatto che dall’epistola ad oggi niente è cambiato da parte delle gerarchie cattoliche nei confronti degli atei.
Campedelli ha poi concluso la sua relazione dicendo che “La chiesa cattolica non può continuare a voler imporre a tutti (quindi agli atei, agli agnostici, ai diversamente credenti) la SUA visione della vita, il SUO concetto di felicità. Per quanto riguarda noi atei, cerchiamo di comportarci bene più o meno come tutti, anche senza avere la prospettiva di un “premio eterno”. Per quanto riguarda la felicità, personalmente a volte piango, a volte rido, niente di più, ma anche niente di meno”.

Dibattito.
Il dibattito ha visto alcuni interventi stravaganti che nulla c'entravano con il tema e le relazioni, e che esprimevano soprattutto astio nei confronti della chiesa cattolica; altri interventi, invece, hanno posto domande o contestazioni a questa o a quella parte delle relazioni.
Alcuni nostri soci hanno ammesso, nei loro interventi, che in qualche caso siamo aggressivi, ma si tratterebbe di una difesa/ritorsione nei confronti di una aggressività dei cattolici nei nostri confronti. I cattolici sarebbero aggressivi quando vogliono imporre legislativamente anche a noi principi e comportamenti previsti nella loro dottrina. Nessuno vuole imporre ai cattolici comportamenti diversi da  quelli prescritti nella loro dottrina, mentre loro sono continuamente tentati di imporre a tutti i loro principi. E qui sono stati elencati e illustrati i casi di divorzio, divorzio breve, aborto, fecondazione medicalmente assistita, coppie di fatto, testamento biologico, ecc.. In sostanza, vale quanto ebbe a dire Gaetano Salvemini: “Essi rivendicano le loro libertà in base ai principi nostri, e negano le nostre libertà in base ai principi loro”.
Tra le domande segnaliamo quella di Francesco (un giovane cattolico) il quale, ravvisando nella relazione di Campedelli un’aggressività nei confronti di B16 avendo il relatore insistito nel ricordare una sequenza di frasi papali sugli atei, gli ha chiesto perché dovrebbe importargli ciò che dice il papa, e perché danno fastidio le parole del papa. Le risposte sono state inevitabilmente ovvie …….
Segnaliamo, anche, la domanda del sig. Alberto (un adulto cattolico), il quale ha chiesto su cosa gli atei fondano i loro valori. Gli è stato risposto che i valori degli atei sono il rispetto della persona, della personalità, dei principi dell’Umanesimo e dell’Umanismo, del libero pensiero. “Solo grazie all’Illuminismo prima e alla Rivoluzione Francese poi (con la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” del 1789, sfociata nella “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani” del 1948) l’umanità intera può godere di solide basi per l’affermazione della persona, della personalità, dei diritti e delle libertà, valori che tutti insieme concorrono al raggiungimento della felicità”.
Ribadendo il fatto che la vita appartiene alla singola persona, Campedelli ha lanciato il seguente aforisma: “La mia vita è solo MIA: né di Dio (il loro), né della Chiesa (la loro), né dello Stato (di tutti)”.

Silvio Manzati, Angelo Campedelli.

Registrazione audio dell'incontro:

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