sabato 19 dicembre 2015

Lettere pubblicate su L'Arena di Verona

TERRORISMO Islamici e Isis
(pubblicato il 28 novembre 2015 su L'Arena col titolo "TERRORISMO I sostenitori nascosti dell'Isis").


Una ricerca del Pew Research Center, ripresa dal sito dell'UAAR, analizza l’attitudine della popolazione islamica nei confronti dell’Isis in una decina di paesi. Se in quasi tutti gli stati la maggioranza schiacciante ha un’opinione sfavorevole, in alcuni c’è una minoranza non indifferente di sostenitori e una più ampia fascia di “non so”, che di fatto non condanna il califfato.
In Libano praticamente tutti contrari, in Israele 97% contrari e 1% di favorevoli all’Isis. La forbice inizia ad allargarsi in Giordania (94% contrari, 3% a favore, 4% “indifferenti”) e nei territori palestinesi (84% contrari, 6% a favore e 10% incerti). Poi, anche se l’opposizione va dall’80% al 60%, l’incertezza aumenta in Indonesia (4% a favore e 18% incerti), Turchia (8% e 19%), Nigeria (14% e 20%), Burkina Faso (8% e 28%), Malaysia (11% e 25%), Senegal (11% e 29%). Il risultato più preoccupante è quello del Pakistan, dove solo il 28% si dice contrario allo Stato Islamico, il 9% a favore e ben il 62% incerto.
Questi dati confermano che la maggioranza dei musulmani è ostile all’Isis, ma evidenzia una inquietante “zona grigia” che tollera o sostiene apertamente una ideologia violenta, totalitaria e integralista. Non è un caso che in certi Paesi sia applicata la sharia e il fondamentalismo sia radicato, come dimostrano certe attitudini contrarie ai diritti umani diffuse nel mondo islamico (sempre secondo il Pew Research Center). In queste realtà, l’opposizione all’Isis rischia di essere più una questione di concorrenza e di salvaguardia dell’ordine pubblico.
Angelo Campedelli, UAAR Verona.

IMAGINE L’utopia di Lennon
(pubblicato il 11 dicembre 2015 su L'Arena col titolo "ANNIVERSARI Quella visione di Lennon").
 

A completamento della bella lettera scritta da Mao Valpiana (L’Arena del 09 dicembre scorso), vorrei aggiungere una mia riflessione. E’ vero, come dice Mao, che “… i giovani di Parigi dopo la strage del Bataclan cantavano «Imagine», che è un inno alla speranza”, ma questa canzone del grande Lennon non è solo speranza, è anche utopia nel senso autentico e positivo del termine (vale a dire nell’immaginare un assetto politico, sociale e religioso che non trova riscontro nella realtà, ma che viene proposto come ideale e come modello da raggiungere).
A conclusione di un bell’articolo pubblicato su L’Arena.it, il giornalista Giulio Brusati così commemora la morte di John nel 35° anniversario: “… è provocatorio leggere a voce alta le parole di Imagine: «Immagina che non esistano Stati/ che non ci sia niente per cui uccidere o morire./ Immagina che non esistano nemmeno le religioni...»”. E’ proprio nella loro semplicità, ma anche nel loro intrinseco contenuto rivoluzionario, che queste parole difficilmente sono pronunciate, proprio perché appaiono provocatorie (ieri come oggi), oserei dire pericolose (per certuni), e persino tabù (per certi altri).
Il vero potere della canzone, il suo vero contenuto, sta tutto nella semplicità delle parole, chiare, alla luce del sole: niente paradiso né inferno, niente confini né nazioni, e anche niente religioni, ma solo Uomini che vivono in pace il presente, senza motivi per i quali uccidere o morire, una fratellanza fra gli uomini, tutti insieme che condividono il mondo (l’unico che abbiamo). Semplice e chiaro, quanto difficile finché ci saranno uomini che pretendono di imporre agli altri i propri “valori”, di considerare il proprio dio migliore del dio altrui, di sfruttare gli altri abusando del proprio potere per il massimo personale tornaconto economico.
Anche Martin Luther King aveva un sogno (“I have a dream”) che sembrava utopia pura, ma poi si realizzò. L’utopia di Lennon (la sua immaginazione) è viva più che mai, in questo mondo così assurdamente tormentato e conflittuale: speriamo si realizzi.
Angelo Campedelli, UAAR Verona.

TERRORISMO Religione a scuola
(pubblicato il 15 dicembre 2015 su L'Arena col titolo "TERRORISMO La religione e la storia").
 

Ben venga la campagna “Not in my name” che ha portato musulmani di tutto il mondo a condannare apertamente l’Isis (prima attraverso i social network e poi in piazza a Roma e Milano) per dirlo, tutti insieme, con parole forti e chiare. Finalmente! Da tempo veniva chiesta da più parti ai musulmani moderati una condanna, senza riserve, del terrorismo. Speriamo che adesso seguano ulteriori passi nel senso di una graduale secolarizzazione dell’identità islamica.
Da questo punto di vista, noi occidentali abbiamo il dovere di porre le basi affinché tale processo possa iniziare e proseguire nella giusta direzione, che vuol dire fare esattamente il contrario di quello che alcuni hanno fatto e continuano, purtroppo, a fare: opporre l’identità cristiana al fondamentalismo islamico, contribuendo quindi ad alimentare il conflitto interreligioso. Non ha senso proporre l’esposizione del crocifisso in tutte le scuole (come sostenuto e fatto da alcuni politici), o invitare tutte le scuole ad allestire il presepe (come ha fatto il quotidiano La Nazione). Detto in altre parole: qualcuno veramente pensa che il rimedio al terrorismo passi per l’ostentazione di un “orgoglio cristiano”? Chiaramente la risposta è no! Armarsi di crocifissi non è solo sbagliato, ma anche deleterio: non dobbiamo de-islamizzare i musulmani. La risposta (e la prospettiva) dovrebbe essere un mondo in cui tutte le culture sono libere e nessuna è egemone.
La ricetta migliore contro il terrorismo religioso, quindi, non può che essere la rivendicazione di un “orgoglio laico”, che ovviamente non equivale all’assenza di religioni: si tratta di avere come strumento (e obiettivo) un’educazione culturale laica, intesa come rispetto verso qualunque cultura e fede, baluardo contro ogni fondamentalismo. Per questo auspico che, quanto prima, si faccia la riforma dell’attuale educazione religiosa nelle scuole sostituendo l’IRC (Insegnamento della Religione Cattolica) con Storia delle Religioni: solo così educheremo i nostri figli, e i figli degli immigrati, a capirsi e ad accettarsi vicendevolmente, convivendo nel rispetto reciproco senza prevaricazione alcuna da parte di uno sull’altro.
Libertà, uguaglianza, e fratellanza sono valori fondanti nelle società multi culturali e multi religiose, per far sì che i rapporti tra gli individui siano civili.
Sara Manzati, UAAR Verona.

SCUOLA Il caso di Rozzano
(pubblicato il 17 dicembre 2015 su L'Arena).

Vorrei riportare un commento di Paolo Flores d'Arcais apparso su Micromega a proposito del preside di Rozzano.
"Marco Parma, preside dell’Istituto Garofani di Rozzano, non ha affatto abrogato il Natale (come una disinformazione corriva verso il pensiero unico continua a propalare). Si è limitato a non accogliere la pretesa di due mamme che volevano utilizzare il tempo della mensa scolastica per insegnare ai bambini due canti natalizi religiosi.
E perché mai avrebbe dovuto accettare? Chi vuole insegnare (e imparare) canti religiosi, vada in parrocchia: la scuola pubblica è di tutti e dunque laica. Il professor Marco Parma ha ragione, ha fatto benissimo, si è anzi comportato in modo esemplare: se vivessimo in una democrazia degna del nome (quindi laica per definizione) il ministro dell’Istruzione avrebbe già pronunciato un encomio.
Un unico appunto al professor Parma: sembra che in una dichiarazione, per motivare il suo sacrosanto “non possumus”, abbia invocato il carattere offensivo che il canto di una religione avrebbe potuto rappresentare per i bambini di altre religioni. No, caro Parma, questa è una motivazione inaccettabile: la scuola è laica perché pubblica, cioè di tutti, non di tutte le religioni ma di nessuna religione".
Renato Testa, UAAR Verona.

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