lunedì 27 luglio 2015

Conti pubblici: la chiesa e la previdenza

CONTI PUBBLICI
La chiesa e la previdenza
 

L'ARENA mercoledì 22 luglio 2015 LETTERE, pagina 25
 

Alla chiesa cattolica è andato l'80% del totale dell'8 per mille (oltre 900 milioni di euro). Alla chiesa cattolica noi italiani non facciamo pagare Imu/Tasi. Alla chiesa cattolica, inoltre, consentiamo che il Fondo pensionati dei suoi pastori presenti un disavanzo di 2.2 miliardi con 3.788 ex sacerdoti. La riforma del ministro Fornero non ha sentito il bisogno di intervenire in questo comparto visto che da sempre per i religiosi il sistema non è retributivo, non è nemmeno contributivo e neanche misto, pensate: è a prestazione in somma fissa, quindi non versano una percentuale del loro stipendio, finché lavorano, ma una quota fissa irrisoria. Il punto è che quando vanno in pensione non hanno una pensione «irrisoria» stante quanto poco versato, ma si vedono riconoscere una pensione adeguata e fissa. Lo Stato del Vaticano, mentre noi italiani abbiamo accumulato un debito di 2.300 miliardi, generati anche da quanto sopra evidenziato e consentito, ha, secondo stime prudenziali, un patrimonio mobiliare/immobiliare e in riserve di oro di circa «200 miliardi»: solo la Curia di Padova (analisi effettuata al catasto della città patavina da un giornalista del Corriere) detiene più di 800 appartamenti e 1.200 terreni. Napoleone, con il decreto del 3 aprile 1871, pensò bene di nazionalizzare tutti i beni della chiesa cattolica. Io personalmente non ambisco che ciò avvenga nel 2015, ma credo di essere nel giusto se mi permetto di dire che lo Stato italiano deve smetterla di mantenere la chiesa cattolica scaricando i loro costi sulla testa dei cittadini italiani, e che sarebbe, quanto mai corretto, che lo Stato del Vaticano controgarantisse il debito italiano con il proprio patrimonio. Questa operazione genererebbe un drastico calo dello «spread» facendo beneficiare le casse nazionali di minori costi per interessi, se poi applicando quanto richiesto dall'Europa ci fosse il pagamento dell'Imu/Tasi, e la tassazione di tutte le donazioni, forse riusciremmo a riequilibrare quanto sin qui generosamente consentito. Giorgio Scolari VERONA.

venerdì 17 luglio 2015

Opinioni: religione e scienza

L'Arena
mercoledì 15 luglio 2015 – LETTERE – Pagina 25
 

OPINIONI
Religione e scienza
 

L'articolo di Andrea Lugoboni pubblicato su L'Arena il 30 giugno scorso per presentare il libro di Amir Aczel «Perchè la scienza non nega Dio», è stato seguito l'8 luglio da una lettera di Angelo Campedelli intitolata: «Scienza. L'ateismo non nega Dio». Questo titolo mi sembra strano riguardo al contesto della lettera. Che ateismo sarebbe se non negasse Dio? Un ateo è tale perché semplicemente non è persuaso da nessuna delle migliaia di teologie elaborate dagli innumerevoli promotori del sacro. Dire «L'ateismo non nega Dio» non è nemmeno giusto culturalmente. Semmai è la scienza che non nega Dio (ma la scienza mica cerca Dio), non l'ateismo che, di fatto, lo nega: altrimenti non sarebbe ateismo e sarebbe pure un ossimoro. In ogni caso, voler arruolare tutti, in qualche modo, nel fascino discreto della trascendenza, porta spesso ad affermazioni poco pertinenti, quali la compatibilità tra Fede e Scienza. Siamo ancora qua, al tempo dei trapianti, dei viaggi cosmici, della tecnologia dominante, a far confusione fra due attività umane che non hanno niente in comune e per le quali non si pone alcun rapporto. L'oggetto della Scienza è il mondo materiale del quale si occupa, dei fenomeni tangibili, della loro descrizione e della ricerca delle cause, per trovare costanti e poter formulare previsioni, sempre con il rigoroso controllo empirico (spietato), che consente, alla fine, una condivisione universale. Alla Scienza non interessa quanto frulla nel cervello degli innumerevoli predicatori che nei millenni si sono sbizzarriti in immaginifiche idee ultraterrene, reciprocamente negate quando non anche sanguinosamente contestate. Tanto le scienze uniscono, quanto le fedi dividono... Ben a ragione Campedelli insiste sulle prove. Nella Scienza la prova è essenziale, espressa matematicamente, secondo una logica universale; nella religione la prova è autoreferenziale, dogmatica. La scienza, pur nella sua autorevolezza, non ardisce dichiarare «vere e assolute» le sue conclusioni, bensì «vere fino a prova contraria». Ogni fede, pur nel suo relativismo, dichiara arrogantemente essere i suoi dogmi indimostrabili quali «verità assolute», perenni, immodificabili. Per favore: smettiamo di affermare la compatibilità fra due processi mentali diversi e non chiediamo alla Scienza di pronunciarsi in merito a cose non pertinenti con la realtà razionalmente indagata e rappresentata. Mario Trevisan SAN MARTINO BUON ALBERGO

lunedì 13 luglio 2015

Dibattito: verità critica e dogmatica

L'Arena 
domenica 12 luglio 2015 – LETTERE – Pagina 31
 

DIBATTITO
Verità critica e dogmatica
 

Vorrei intervenire nella discussione innescata dall'articolo di Andrea Lugoboni, «Ai limiti del sapere dove la scienza non nega Dio» (30-6-2015, p. 50), che ha visto come interlocutore l'amico Angelo Campedelli. Io vedo un contrasto di fondo, insanabile, tra fede e scienza nel modo di concepire la conoscenza. Gesù disse a Tommaso: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno» (Giovanni, 20,29). Fideismo cieco. Invece la scienza si fonda sull'evidenza empirico-razionale: le sue asserzioni devono essere supportate da prove precise e controllabili. Verità critica contro verità dogmatica, pensiero scientifico-razionale contro pensiero mitico-religioso. Perciò ha ragione Campedelli quando (L'Arena 8-7-2015, p. 50), da razionalista, chiede al credente prove, dimostrazioni dell'esistenza di Dio. Prove, dimostrazioni che il credente non sa dare. Ma, si dice, non è possibile dimostrare l'inesistenza di Dio. Ciò in linea di massima è vero, perché tutti i logici sanno che è impossibile dimostrare l'inesistenza di una cosa che non esiste. Una domanda in tal senso è quindi irricevibile. Questo però non vale per quella divinità dotata di precisi attributi che è il Dio biblico. È ciò che sostanzialmente ritiene anche Albert Einstein, se si legge bene il suo scritto riportato da Lugoboni: «La ricerca scientifica conduce a un sentimento religioso particolare, del tutto (sottolineo «del tutto») diverso dalla religiosità di chi è ingenuo». Egli infatti, che era uno scienziato e non un ingenuo, non credeva affatto ad un Dio personale. Perciò il tentativo di Amir Aczel, l'autore del libro recensito da Lugoboni, di far rientrare dalla finestra il Dio biblico cacciato dalla porta è decisamente scorretto. Di questo Dio è possibile e facile dimostrare con la ragione l'inesistenza. In che modo? Ne cito due, perentori: 1) La lettura della Bibbia. Chiunque la faccia con animo scevro da pregiudizi vi troverà errori ed orrori, sciocchezze e sconcezze, falsità, assurdità, contraddizioni tali da escludere tassativamente che essa contenga, come affermano i credenti, la Parola di Dio. 2) Il problema del male. Se Dio è onnipotente, onnisciente, infinitamente buono, perché esiste il male nel mondo? Perché c'è stata la Shoah? Perché c'è il cancro e tutte le altre malattie? Perché soffrono e muoiono bambini? Un'ultima considerazione: nel mondo esistono migliaia di religioni i cui adepti sono convinti, per fede, senza alcuna prova razionale, che solo la loro sia vera mentre tutte le altre sono false. Non è ridicolo ciò? Renato Testa. VERONA

Risposta pubblicata sullo stesso giornale il 28 luglio:

OPINIONE
La fede non è discutibile


Con riferimento alla lettera del sig. Testa, ne L'Arena del 12 luglio, vorrei intervenire nella discussione relativa alla dimostrazione dell'esistenza di Dio, evitando giudizi e toni perentori, preferendo invece alcune citazioni autorevoli. Incomincio con la frase di Voltaire: «La teologia è una collezione di risposte incomprensibili a domande senza senso». Tanto ché più ci si inoltra nello studio delle religioni più ci si rende conto della nostra ignoranza. Come diceva Socrate «l'unica cosa di cui siamo sicuri è di non sapere nulla». Scriveva Erasmo da Rotterdam nell'Elogio della follia: «Le cose vere, anche le meno rilevanti, come la grammatica, costano tanta fatica. Un'opinione invece costa così poco e alla nostra felicità giova altrettanto, se non di più. Perciò siamo tutti pronti a dare opinioni anche se poco preparati». Pertanto consiglierei al sig. Testa di leggere libri di critica sulla Bibbia per maturare almeno qualche dubbio prima di liquidarla come fa lui. Consiglio «La lettura cristiana della bibbia» di Celestino Charlier (Edizioni Paoline). In questo saggio, non apologetico, la Bibbia è letta alla luce della storia, delle lingue e delle culture dei popoli che l'hanno prodotta. Io penso che l'esistenza di Dio non sia dimostrabile, e come potrebbe essere altrimenti? Come rimane, per ora, inspiegabile la nostra vita, che è un mistero, e su questo penso che si sia tutti d'accordo. L'unica risposta, per chi l'ha, è la fede, e la fede (qualsiasi fede) non è discutibile, per definizione. Giuliano Zanella VERONA.
 

mercoledì 8 luglio 2015

Ateismo e dimostrazione di Dio

IL LIBRO: "Perché la scienza non nega Dio".
La riflessione di Amir Aczel.
Ai limiti del sapere, dove la scienza non nega Dio.
Natura, matematica e incertezze: nel mirino i militanti dell'ateismo.

Commento di Andrea Lugoboni
 

L'ARENA martedì 30 giugno 2015 CULTURA, pagina 50
 

A volte la matematica e la scienza vanno talmente in là con le loro scoperte, che è difficile seguirle senza avere un capogiro. Come quando si va indietro di milioni di anni nel tempo e ci si chiede come sia stato possibile che tra miliardi di possibilità si sia realizzata, nella storia del cosmo, proprio quella che ha reso possibile la vita sulla terra: una catena enorme di specie diverse includente un animale particolare, capace di domandarsi come si sia creata quella natura da cui lui stesso proviene, e indaffararsi a creare microscopi e telescopi per realizzare l'impresa fino a constatare che, in realtà, ci sono segreti troppo nascosti e complicati nella natura e nella matematica per avere certezze definitive.
Ecco perché la scienza non nega Dio, come suona il titolo dell'ultimo libro dello storico della scienza ebreo (e professore di matematica a Boston) Amir Aczel, pubblicato da Raffaello Cortina Editrice (2015). Aczel prende di mira soprattutto gli scienziati militanti dell'ateismo. In particolare Lawrence Krauss e Richard Dawkins, secondo i quali la scienza proverebbe la non esistenza di Dio. Ciò li fa sentire legittimati a esercitare una certa aggressività, almeno verbale. Tanta sicumera merita un attento esame delle sue ragioni: la Bibbia direbbe falsità. Certo, dice Aczel, se presa alla lettera. Ma la Bibbia, insegnano i commentatori ebraici, è un testo per molti versi poetico e allegorico: quando si racconta che Dio fermò il sole e la luna durante la battaglia condotta da Giosuè, si vuole semplicemente dare l'idea al lettore di una battaglia molto lunga.
Sembra avere buon gioco Krauss obbiettando che prima del Big bang c'era il nulla e non Dio. Sarebbe più corretto dire che non c'era nulla di simile al mondo spazio-temporale che conosciamo. Sull'origine dell'universo nessuno può rispondere con argomenti scientifici, dice Aczel. E nemmeno qualcuno può spiegare come, da reazioni chimiche e da materie inorganiche, si siano generati organismi viventi, alcuni dei quali dotati di coscienza e di facoltà cognitive complesse.
Il libro di Aczel non è certo uno di quelli da leggere prima di andare a dormire. Ma chiunque abbia a cuore la divulgazione delle principali scoperte scientifiche del nostro secolo non potrà che accogliere con piacere l'accessibilità a un pubblico di non scienziati e la precisione dei riferimenti di questo testo. C'è spazio anche per qualche aneddoto sulla vita di Albert Einstein, che certo non credeva a un Dio personale, ma che in una lettera scriveva: «Cara Phyllis, gli scienziati ritengono che tutti i fatti, compresi quelli umani, siano dovuti a leggi di natura. Ecco perché non sono inclini a credere che il corso degli eventi possa essere influenzato dalla preghiera, vale a dire da una volontà soprannaturale. Dobbiamo ammettere però, che la conoscenza di queste forze è imperfetta, e che dunque credere nell'esistenza di uno spirito supremo, assoluto, si basi su una sorta di fede. Tale credenza rimane diffusa anche con gli attuali risultati della scienza. Chiunque si occupi seriamente di scienza si convince, tuttavia, pure che una sorta di spirito, di gran lunga superiore a quello umano, si manifesta nelle leggi dell'universo. In questo senso la ricerca scientifica conduce a un sentimento religioso particolare, del tutto diverso dalla religiosità di chi è più ingenuo».



Di seguito la lettera inviata alla redazione de L'Arena e pubblicata il 08 luglio 2015, nella rubrica "Lettere al direttore", con il titolo "SCIENZA. L'ateismo non nega Dio".

SCIENZA
Ateismo e dimostrazione di Dio
 

Vorrei commentare l’articolo di Andrea Lugoboni apparso nella sezione “cultura” e riguardante il libro di Amir Aczel “Perché la scienza non nega Dio”.
Andando nel sito internet della casa editrice (Raffaello Cortina Editore), nella presentazione del libro si legge che “il pensiero scientifico né dimostra l’esistenza di una qualche divinità né la confuta. Il che lascia aperta la questione della complessa relazione tra fede religiosa e ragione scientifica, in un clima di mutuo rispetto e tolleranza”.
Personalmente posso condividere questo agnosticismo scientifico e questo equilibrato confronto con la fede, ma allora mi chiedo perché la scienza deve dimostrare ciò che afferma mentre le religioni (nel nostro caso specifico la religione cristiana) non hanno questo onere?
Francesco Avella, nel suo libro "Una Mente Senza Dio", scrive: “Come disse Euclide, ciò che è affermato senza prova può essere negato senza prova, quindi è chi afferma che deve portare prove concrete, non chi nega, ed io mi limito a negare le affermazioni dei credenti”.
“Onus probandi incumbit ei qui dicit, non ei qui negat” (alla lettera “l'onere della prova è a carico di chi afferma qualche cosa, non di chi lo nega”) è un brocardo che esprime un principio fondamentale del diritto processuale, risalente al diritto romano e presente in tutti gli ordinamenti moderni: il principio dell'onere della prova.
“Affirmanti incumbit probatio": già i latini sostenevano che “la prova tocca a chi afferma”. L’onere della prova è dunque sulle spalle del credente. È lui che afferma l’esistenza di una o più divinità, e tocca quindi a lui dimostrarla. Il non credente afferma che esiste l’universo, il credente afferma che esiste l’universo e, in aggiunta, Dio. Bene: spiegare il perché di quell’aggiunta è suo compito.
Per quanto riguarda lo scienziato ateo Richard Dawkins, lui afferma che l'inesistenza di Dio non può essere dimostrata. Nel suo libro “L'illusione di Dio” (Mondadori) scrive: “Che non si possa dimostrare l'inesistenza di Dio è un fatto riconosciuto”, e ciò è ovvio perché è matematicamente e logicamente impossibile dimostrare la non esistenza di una cosa che non esiste. Per contro, dovrebbe essere possibile e doveroso dimostrare l’esistenza di una cosa che esiste (o che si dice esistere).
Quindi, in conclusione: perché i credenti non hanno l’onere della prova? Come i Romani avrebbero dovuto dimostrare l’esistenza di Giove e di tutte le altre divinità, così i cristiani dovrebbero dimostrare l’esistenza della loro divinità monoteista abramitica chiamata “Dio”.
Insomma: se così stanno le cose dovremmo essere tutti agnostici (come minimo), e liberarci da una perentoria e dogmatica interpretazione tipica di tutte le religioni.
Angelo Campedelli (Circolo UAAR di Verona)


COMMENTI alla lettera di Campedelli pubblicata da L'Arena: