mercoledì 30 settembre 2015

Laicità e progresso

OPINIONI
Cristianesimo e progresso
L'ARENA venerdì 18 settembre 2015 LETTERE, pagina 27.

Particolare interesse ha sempre suscitato il tema di Dio e, in particolare, della salvezza in Cristo Gesù. Ne parlano non solo teologi ma anche filosofi, romanzieri e giornalisti. Non sempre, purtroppo, con la necessaria competenza e serietà; anzi, talora, sfoderando un tono mascherato di umorismo, ma che in realtà spesso è dissacrante. C'è chi ha qualificato questi ultimi decenni non solo come un'epoca complessa, ma come l'inizio di un'epoca «postcristiana», nella quale la Chiesa cattolica, la fede, la morale, le celebrazioni liturgiche, sarebbero residui di una mentalità religiosa sorpassata. Pretendere - si dice - di essere cristiani oggi, in un mondo segnato dal fascinoso progresso scientifico e tecnologico, sarebbe come offrire un archibugio a chi è ormai stratega di missili; o come voler usare una Olivetti per scrivere anziché il computer e navigare in internet. Che dire? È, invece, sempre più evidente che, oggi come non mai, la società caratterizzata dal secolarismo e dalla globalizzazione, dalle guerre e dal terrorismo, ha un bisogno urgente di riscoprire la fede cristiana e gli autentici valori morali. Se è inammissibile parlare di epoca postcristiana, si deve riconoscere che nel nostro tempo l'indifferenza religiosa e l'ateismo, la persistente crisi culturale e morale, rappresentano sfide ineludibili. Papa Francesco ci sollecita (“Laudato sì”, 245): «Dio, che ci chiama alla dedizione generosa e a dare tutto, ci offre le forze e la luce di cui abbiamo bisogno per andare avanti». Il Concilio, nella "Gaudium et spes", 34 puntualizza: «Il messaggio cristiano, lungi dal distogliere gli uomini dal compito di edificare il mondo, lungi dall'incitarli a disinteressarsi del bene dei propri simili, li impegna piuttosto a tutto ciò con un obbligo ancora più stringente». Edificare un mondo in cui non vi sia più spazio per la guerra e il terrorismo. La fede cristiana, infatti, non è sciroppo ma lievito, non è sonnifero ma dinamismo vitale. Occorre, quindi, che i cristiani siano consapevoli di essere annunciatori di un messaggio che infonde verità, libertà e giustizia in tutto il mondo.
Renato Perlini VERONA


OPINIONI
Un elogio della laicità (titolo originale: Laicità e progresso)
L'ARENA martedì 29 settembre 2015 LETTERE, pagina 23

In rosso le parti del testo originale che non sono state pubblicate.

Rispondo alla lettera su «Cristianesimo e progresso» del 18 settembre scorso.
Mi spiace (davvero) leggere che, nella nostra società, i processi storici del «secolarismo» e della «globalizzazione» siano associati a «guerre e terrorismo», che «l'indifferenza religiosa e l'ateismo» siano associati alla «crisi culturale e morale». La soluzione prospettata dall'autore della lettera starebbe nel «messaggio cristiano» che avrebbe il «compito di edificare un mondo in cui non vi sia più spazio per la guerra e il terrorismo».
Dovrebbe essere ormai risaputo da tutti quanto la componente religiosa sia (oggi nei Paesi arabi), e sia stata (ieri nella vecchia Europa ed esportata in tutto il mondo), alla base di tantissime guerre, di terrorismo, di aberrazioni di ogni genere.
Credo sia altrettanto sotto gli occhi di tutti che nei Paesi più secolarizzati (mi riferisco ai Paesi del centro e del nord Europa), dove è maggiore l’indifferenza religiosa (e quindi a più alta percentuale di laicità e di ateismo), l'economia e i diritti civili (progresso economico e benessere sociale) siano ben superiori a quelli che si riscontrano nei Paesi a maggiore vocazione religiosa (collocati nella fascia del Mediterraneo).
Non credo che il Cristianesimo e le religioni in genere possano essere annoverati tra gli artefici del progresso, sia economico che sociale: credo che tale riconoscimento debba essere riconosciuto all’Illuminismo (fine dell’oscurantismo religioso medievale), alla Scienza (in tutte le sue più diverse discipline), alla Guerra d’Indipendenza Americana prima e alla Rivoluzione Francese poi (da loro è nata la “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo”). 

Quando la laicità prende piede e si diffonde nella cultura, e quindi in tutta la società, si riscontra un giovamento generale perché vengono meno le conflittualità di carattere religioso ed è maggiormente applicato il principio del «dare a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio» da parte di tutti (laici e religiosi).
La Corte Costituzionale ha definito la laicità come «principio supremo» dello Stato (sentenza n° 203 del 1989), dove si afferma il rispetto per tutte le religioni senza fare privilegi per alcuna: è il caso che tutti lo tengano nella dovuta considerazione.
Angelo Campedelli (Circolo UAAR di Verona)

martedì 22 settembre 2015

Serata a tema: il Cristianesimo

LUNEDI' 28 SETTEMBRE, ORE 21.00, SEDE CIRCOLO UAAR VERONA
(Via Nichesola 9, San Michele extra, vicinissima a Piazza del Popolo).


Il tema della prossima serata sarà:

IL CRISTIANESIMO
1 - il difficile problema del Cristianesimo
2 - premesse del Cristianesimo
3 - origine del Cristianesimo e sua diffusione
4 - perché il Cristianesimo fu riconosciuto dallo Stato

 
tratto dal libro "Storia di Roma", volume II "L'impero", edito nel lontano 1954 (Edizioni Rinascita), il cui autore è Sergei Ivanovich Kovaliov (Mosca, 1911-1973), storico dell’Accademia delle Scienze Sovietica, specializzato in Storia Romana.
Il testo ci è stato segnalato dal nostro socio il maestro Nicolini Angelo, il quale ci leggerà i capitoli indicati a cui seguirà dibattito.

"Noi non sappiamo con precisione quando, dove, e come sorse il Cristianesimo"
La nuova religione entra in unione con la nuova politica imperiale (post Repubblicana) di Roma, e ne diviene funzionale per l'unità dell'Impero.

domenica 20 settembre 2015

XX settembre 1870: breccia di Porta Pia

Sono passati 145 anni e ancora c'è lo "Stato Pontificio", con la differenza che rispetto ad allora non è più circoscritto, ma diffuso in tutte le Istituzioni dello Stato Italiano: una metastasi.

http://www.150anni-lanostrastoria.it/index.php/presa-di-roma

Il "problema" delle campane

CAMPANE
Il «silenzio» viola la libertà 

L'ARENA mercoledì 19 agosto 2015 LETTERE, pagina 23.
 

L'Uaar, l'associazione degli atei, continua ad incaponirsi sulla questione dei crocifissi in luoghi pubblici dove, secondo l'Unione, non dovrebbe stare. Ultimamente lo fa mediante lettera (11 agosto) con un suo esponente, Angelo Campedelli, che torna a ripetere che l'Italia è laica, che con l'ultimo Concordato il Cristianesimo non è più religione di Stato e via di questo passo.… Però noi vorremmo far notare a questi atei (strano proclamarsi tali: se Dio non esiste perché parlarne?) che sono loro indigeste non solo le immagini d'un uomo, Gesù, morto in croce per salvare tutti noi, ma anche le campane che ci richiamano al gran mistero. Chi scrive fa parte d'una comunità il cui campanile ora tace ed emette qualche flebile, lieve, timido rintocco e soltanto dalle 8 del mattino alle 8 di sera. L'Uaar, su richiesta di un'abitante, ultimo arrivato in parrocchia, è riuscito a «far legare le campane» quasi come nella settimana della Passione. Silenzio quasi assoluto perché disturbano, dice, inquietando il riposo, turbano il sonno di qualche cittadino. La nostra considerazione, allora, è la seguente. L'associazione atei continua a manifestarsi, come nella lettera in oggetto, paladina del libero pensiero. Ma che un solo abitante di una comunità, con casa presso il campanile plurisecolare, possa opporsi di punto in bianco a tutti gli altri indigeni concittadini (1.500), dimostra che la libertà è un'altra cosa, visto che questa termina sempre dove inizia quella dell'altro cittadino. Se poi questi sono 1.500.… Tuttavia, a conclusione, perché accanirsi tanto contro una croce esposta che parla di amore infinito per tutti? Non fa male, fa altro che bene! Perché prendersela, poi, tanto, con le campane che scuotono la nostra coscienza? Fra gli innumerevoli cartelli sconci di cui vengono tappezzate le nostre città ed i suoni, rumori assordanti dai quali spesso siamo circondati, crediamo fermamente che l'immagine dolce, consolante del Cristo sofferente misericordioso (non esiste in nessun'altra religione) ed il suono soave delle campane in tutti i momenti della nostra vita, siano dei valori aggiunti in più, se vogliamo dare il giusto valore alla vita. Ad ogni modo, a scanso d'ogni polemica inutile, siamo convinti che chi si proclama ateo è più credente d'ogni altro fedele. Perché chi dice di non credere in Dio è perché, sotto sotto, lo cerca. Per questo, anche con gli atei proclamati ci sentiamo fratelli.
Piero Pistori, VERONA.

CAMPANE 

Il silenzio concilia il sonno
 

Innanzitutto ringrazio il giornale L’Arena che dando spazio a tutti contribuisce al dibattito e al conseguente scambio di idee, essendo il pluralismo il “cuore” della democrazia e il vero antidoto al medievale “pensiero unico”.
Vorrei rispondere alla lettera del sig. Pistori (del 19 agosto) che parla di campane ma non solo, e che ringrazio perché mi da modo di esporre alcune precisazioni.
Noi atei siamo venuti prima delle religioni: in origine l’Umanità era naturalmente atea (cioè senza divinità), poi l’Uomo ha inventato le varie religioni con le più disparate divinità. Non è certo da oggi (vedi storia e filosofia) che noi atei parliamo di Dio anche se non ne crediamo l’esistenza, e continuiamo a parlarne perché oggi come ieri ci troviamo immersi in una cultura dominante che vuole condizionare tutti con una sola determinata religione, a scapito del pluralismo e della laicità (non solo in Italia).
Vorrei dire, poi, al sig. Pistori che chi si proclama ateo non può essere “più credente d’ogni altro fedele” perché sarebbe una contraddizione nei termini (un ossimoro), e chi dice di non credere in Dio non è perché “sotto sotto lo cerca”, ma semplicemente perché il crederci è tipico della fede (propria dei credenti) che inevitabilmente confligge con la logica della ragione (propria degli atei).
Se per alcuni le campane “ci richiamano al gran mistero” o “scuotono la nostra coscienza”, credo si debba riconoscere che per altri non è così. Se per alcuni la croce esposta “parla di amore infinito” o rappresenta “l’immagine dolce consolante del Cristo sofferente misericordioso”, credo si debba riconoscere che non è così per tutti. Se per alcuni questi simboli (crocifissi, statue di madonne e di santi, campane) sono dei “valori aggiunti in più” che contribuiscono a “dare il giusto valore alla vita”, c’è chi dà valore alla vita senza bisogno di questi simboli. I “valori” di alcuni non sono valori riconosciuti e condivisi da tutti. Mi spiace, ma che lo si voglia o no questo è il pluralismo, e non un altro.
Le campane del campanile (compreso carillon e orologio) in cui vive il sig. Pistori non sono state “legate”, ed è esagerato parlare di “silenzio quasi assoluto”: si è solo chiesto di vietarne l’uso nelle ore notturne e del primo mattino, e di limitarne un po’ il volume nelle ore diurne. Nessuna contestazione né restrizione è stata avanzata per le ricorrenze importanti che non fanno parte della quotidianità. D'altronde, esiste anche una normativa tecnica chiamata “Piano di zonizzazione acustica” di cui ogni Comune deve dotarsi. Il silenzio della notte e del primo mattino concilia il sonno più che “viola la libertà”, e certamente questo è un diritto non di “un solo abitante”.
Non siamo più una società di soli contadini e di soli cattolici, nonché privi di orologi.
Campedelli Angelo (circolo UAAR di Verona)